Francesca Scotto Lavina

Un mujahidin senza nome giace in coma tra le pareti di una stanza spoglia. Il suo sonno è vegliato da un ragno, le cui zampe si arrampicano lente tra le colombe nere, disegnate sul cotone grigio delle tende. Una donna senza nome fissa gli occhi sgranati di lui. Lo prega di non abbandonarla ancora.

Il giorno del loro fidanzamento è stata la promessa sposa della sua fotografia; quello del loro matrimonio sposa di un pugnale, il suo feticcio di combattente. Ora è la moglie di un eroe, vittima di quello stesso pugnale, che ne ha preservato l’onore, ma non la nuca dalla pallottola di un suo commilitone, che ha osato oltraggiare con la parola l’organo sessuale di sua madre.

Ma la voce di lei, all’inizio più inerme del corpo di lui, si spoglia poco a poco di ogni pudore e il marito diventa la sua pietra paziente, che, secondo un’antica leggenda afghana, ascolta i segreti del proprio interlocutore fino a scoppiare. Da sempre privo di parole per la sua donna, ora subisce impotente quelle di lei. Ascolta la propria inettitudine di amante, mai in grado di soddisfarla; scopre la propria sterilità di uomo, ignaro di aver cresciuto due figlie illegittime, frutto degli stupri consenzienti di lei, per evitare il ripudio; percepisce il piacere procuratole da un giovane guerrigliero, che da lei si lascia guidare nella scoperta dei loro corpi.

Il regista, Atiq Rahimi, afgano d’origine, francese d’adozione e Jean Claude Carrière, che ha scritto la sceneggiatura basata sul romanzo dello stesso regista, Pietra di pazienza, sanciscono la volontà di mostrare la parola in tutta la sua potenza filmica. Ma Syngué Sabour è soprattutto un film sulla conquista dell'identità attraverso la scoperta della parola e del corpo, che lasciano cadere il velo (metaforico e reale), dal quale sono avvolti. Il dialogo tra la voce della donna e il silenzio dell’uomo è epifania, liberazione d’intimità, che trasforma il corpo, che è soggetto, che produce parola e allo stesso tempo oggetto della sua azione.

Attraverso il racconto di sé la protagonista illumina il proprio sguardo, esalta il proprio aspetto, accorda la voce ai toni della propria coscienza. Libera il proprio sorriso, mentre trafigge il marito col suo stesso pugnale, appena lui si risveglia e tenta di soffocarla. Nel suo gesto ella sente compiere la leggenda di Khadija (declamata in un’eco lontana dal Mullah). Mentre attraverso le tende dischiuse delle finestre il suo amante le rivolge uno sguardo di complice intesa, lei sussurra la frase che chiude il film, “io sono profeta”, e realizza il progetto di quell’io che, secondo la concezione sartriana, per essere altro, deve innanzitutto voler essere dio.

L’annullamento del corpo del marito estende il proprio significato: ferisce un sistema culturale in cui un padre (quello della protagonista) attribuisce alla propria primogenita dodicenne il valore della posta di una scommessa persa in una gara di quaglie (costringendola a sposarne il vincitore); denigra un regime palesando tutta l’insensatezza di un conflitto tra rumori di bombe, mormorii di preghiere e voci di guerriglieri, che irrompono nelle case e fanno stragi, totalmente ignari dell’identità delle vittime.

La messinscena ribalta completamente i presupposti iniziali della narrazione e produce senso grazie alla ripetizione di elementi segnici e alla differenza dei loro significati. I movimenti di macchina ricalcano la danza emotiva della protagonista restituitaci sullo schermo da un’intensa Golshifteh Farahani. Avvolta dal burka ella ci conduce (in lunghi piani sequenza) tra le strade spettrali del quartiere di rosselliniana memoria (quelle di Germania anno zero) e nella casa di piacere, dove la accoglie la zia costretta ad essere meretrice dalla propria sterilità, unico membro della famiglia presso cui ella trova da sempre sostegno.

I primi piani all’interno della stanza carpiscono ogni sussurro e ogni grido della confessione dell’eroina, omaggio dichiarato del regista al lirismo bergmaniano, anche nell’uso del flashback e della voce narrante. E mentre i colori di Sussurri e grida sono il rosso, il bianco, il nero, i colori di Syngué sabour sono il grigio delle macerie, il rosso delle case di piacere, l’azzurro del velo delle donne afghane, il colore dei loro sogni.

Share →

Una Risposta a Syngué Sabour

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi