Enrico Donaggio

Accanto a una folla di dilettanti senz'arte, nel sottobosco teatrale torinese s'incontrano, appassionati e fratti, moltissimi giovani tracimanti idee, talento e dosi bibliche di pazienza e frustrazione. L'esperienza è riservata ai curiosi, ai fortunati o agli addetti ai lavori; resta invece inaccessibile – nemmeno sospettabile – a chi abbia semplicemente voglia, con un normale dispendio di tempo e denaro, di uscire una sera per vedersi qualcosa di bello e originale.

In preda a un calo costante della libido, lo spettatore sabaudo si aggira così tra i cartelloni dei teatri per bene come tra le corsie di un reparto per lungodegenti. Salvo rare eccezioni, anche la scena teatrale di Torino propone infatti lo spettacolo di avvilente gerontocrazia (dello spirito, quando non dell'anagrafe) che desertifica da decenni l'ambiente e la politica culturale italiana.

In un simile paesaggio, la prima edizione del Torino Fringe Festival – svoltasi dal 3 al 13 maggio 2013 – segna programmaticamente un salutare cambio di scena. Per dieci giorni il teatro e Torino vengono presi in mano dai giovani: energie che sgorgano dal basso a liberare e valorizzare creatività inespresse, gestione orizzontale di ogni fase dell'iniziativa (dal progetto all'esecuzione), coinvolgimento della cittadinanza mediante ospitalità alle compagnie e disseminazione degli spettacoli (in nome di una topografia alternativa a quella canonica), appello al volontariato e alla collaborazione, utilizzo spregiudicato delle feste come occasione di fundraising (forse che l'happy hour sia finalmente servito a rendere felice qualcuno?), dotta cornice di workshop e incontri tra performers, operatori e istituzioni.
Il tutto a prezzi ben più popolari di quelli consueti, nell'intento di modificare, anche sul fronte della platea, la composizione anagrafica dei coinvolti.

È la formula fringe, brevettata a Edimburgo nel 1947, riveduta e corretta da chi si vuole off senza mai avere rischiato il lusso di potere essere in, nemmeno per un secondo della sua vita. Un’“idea folle” venuta in mente a Inti Nilam, Fabio Castello, Giuseppina Francia, Giorgia Goldini e Sara Giurissa. “Un’idea storta” – così proclama la dichiarazione d'intenti ufficiale – che “vuole prendersi la città, vuole che la folla e il popolo possano inciampare nel teatro, nella musica in strada, nelle facce dei clown. La chiamata alle armi è duplice: spazi e artisti. Tutto ciò che in città è fiamma solitaria può partecipare. Torino Fringe Festival preparerà un gran falò. Tutto ciò che sta in giro sarà benvenuto intorno al fuoco. E voi? Ci siete?”.

Quanto e come ha bruciato la fiamma del Fringe torinese? Chi ha risposto alla sua chiamata? A quella alle “arti” - lanciata nel giugno 2012 - oltre quattrocento compagnie. Ne sono state selezionate una cinquantina, con l'inevitabile malanimo degli esclusi. Sono andate in scena, nella maggior parte dei casi, per tutti i dieci giorni del festival. A volte in sale quasi deserte (era prevista una democratica turnazione degli orari, dal pomeriggio a notte fonda), spesso davanti al tutto esaurito (la maggior parte dell'incasso finiva nelle tasche degli attori, presenti a Torino a proprie spese). Spettacoli brevi, sovente monologhi o performance di un singolo, di norma maschio.

A colpire, in una valutazione inevitabilmente incompleta e idiosincratica, le punte di qualità impressionante nelle prestazioni attoriali (la nevrosi stralunata di Daniele Parisi, il corpo vulnerato di Andrea Primignani, l'intesa a occhi chiusi di Luigi Ciotta e Aurélia Dedieu) e la potenza senza sconti né artificio dei testi (La spremuta di Beppe Casales, bevanda obbligatoria in ogni scuola del regno, il dittico scisso di Michelon Dei Folli).

Una costellazione di interpreti, registi, autori che – salvo rarissime scorciatoie furbe, prese ovviamente in prestito dalla televisione – ci ha sempre messo l'anima. Riuscendo a toccare quella del pubblico sul terreno psico-politico oggi inevitabile. La crisi: esistenziale, privata, politica, sociale, economica, storica. Addirittura metafisica. Tirava infatti parecchia aria di Beckett&compagni in molti pezzi andati in scena: una solitudine abbandonata (di uomini e pupazzi, come ne Il Ginodramma o in Un finale per Sam), l'attesa di una grande passione che non arriverà mai (Binario 2), accanto a una fame e a una rabbia che per placarsi trovano solo tanto, troppo, pessimo cibo. E merci, naturalmente, a perdita d'occhio e di mente.

Una generazione che prende atto del proprio destino; una danza, per ora immobile, intorno al fuoco di una rivolta dai contorni imprecisi, ma inevitabile. Il sacrosanto desiderio di fare per una volta come gli uccelli – la chiusa, minimalista e straziante, de La protesta: spiccare il volo per non chiudere la vita sullo zero a zero con la paura – giunge alla conclusione che non si può più andare avanti così. E non soltanto a teatro.

“Non fidarti di nessuno che abbia più di trent'anni”, a dispetto del giovanilismo cretino di superficie, era uno degli slogan più criptici del Sessantotto. Che su quella faglia anagrafica si aprano spaccature geologiche nel modo di stare al mondo, crepacci che iniziano a rendersi visibili soltanto un ventennio di vita dopo, è una delle scoperte, non necessariamente amare, riservate a chi quello spartiacque se l'è lasciato alle spalle da tempo. Sarebbe ipocrita e falso manifestare una qualsivoglia forma di invidia per chi oggi, in Italia, brucia e si consuma su quella linea d'ombra.

Ma a vedere questi trentenni circolare giorno e notte in gruppetti per le vie di Torino, riconoscibili da un nastro giallo e arancione appeso al collo, o dalla serietà con cui si dannavano attorno a un palco reale o immaginario, venivano ai denti una preghiera e un ordine rivolti alla senilità dominante: toglietevi di mezzo, peggio di voi non potranno comunque fare.

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Una Risposta a Fringe Festival

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