Mario Gamba

Se è un declino non è cominciato oggi. Questo Terry Riley non esalta. Nel momento in cui si ascoltano sue musiche nuove o relativamente recenti viene da pensare che sia stato un grande, ma proprio un grande, solo per un breve tempo e per pochi lavori: il notissimo In C, quasi un manifesto, i meno noti e altrettanto pregevoli Keyboard Studies, il più volte manipolato Tread on the Trail. Anno 1964 i primi due, 1965 il terzo.

Il meglio degli States negli infiniti ’60 (nel senso che il loro apporto lo sentiamo oggi e non si sa quando smetteremo di sentirlo). Riley ha sempre attribuito a La Monte Young l’«invenzione» del minimalismo in musica, che poi è quell’idea di prendere un nucleo piccolo di suoni e ripeterlo moltissime volte, con altri nuclei che si intrecciano o senza, con slittamenti di accenti o senza. Tracce di India o Indonesia ed empatia fortissima con l’anima meccanica della metropoli, estasi e frenesia. In C e gli Studies: esemplari. Non sarà stato il primo, Riley, come diceva lui, ma han preso tutti da lì, alcuni molto bene come Philip Glass e Steve Reich.

A differenza dei suoi colleghi o continuatori, almeno per quanto riguarda la prima stagione della loro produzione, Riley ha mostrato ben presto una propensione a inserire nella piattaforma di suoni iterativi linee melodiche abbastanza estese e a curare sviluppi «narrativi», o meglio «divaganti», delle composizioni. Per una parte questo derivava dall’adesione più ampia, rispetto agli altri autori minimalisti, al raga indiano, con i suoi processi erratici sulle scale e l’uso di materiali melodici non elementari. Per un’altra parte, forse più consistente, Riley ha lasciato scorrere nelle sue musiche un cordiale amore per le tinte jazz e per quelle del ‘700 e ‘800 europeo «dotto», però in salsa popular.

Si ritrova qualcosa del genere nel duetto con John Cale Church of Anthrax (1970, dove ci sono pure tinte rock) o nella colonna sonora per il film Le secret de la vie di Akexander Whitelaw (1974). Se saltiamo agli anni ’80 la metamorfosi è compiuta. Cadenza On The Night Plain, scritta nel 1984 e affidata per il debutto all’emergente e poi trionfante Kronos Quartet, è appunto un quartetto per archi classico, ben fatto, ricco di suggestioni, sentimentale ma con giudizio. Procedimenti ripetitivi ormai pochi o nulli. Una bella composizione classico-moderna. Della radicalità degli esordi nemmeno il ricordo. Ci si comincia a chiedere: che ce ne facciamo della musica di Terry Riley?

Ce lo si chiede anche la sera della prima mondiale di Organum for Stefano (un Requiem in memoria di Scodanibbio) nella Basilica di Santa Maria dei Servi a Bologna per l’edizione 2013 di AngelicA Festival, la prestigiosa rassegna di musiche extravaganti di cui è direttore artistico Massimo Simonini. L’organo elettrico Terry Riley l’ha suonato tante volte, agli inizi della carriera in special modo. In A Rainbow in Curved Air (1969) e in Persian Surgery Dervishes (1972), per esempio, musiche sognanti e danzanti, nobili, mica fuffa, musiche da sballo pigro-intenso con cannabis, tra scrittura e improvvisazione. Ripetitive ma sfumate, senza ossessione, con dolci modulazioni in melodie orientali e pop e classiche-romantiche.

Ma l’organo vero e proprio, quello della Toccata e Fuga in re minore di Bach, per dire, e delle cattedrali cristiane, è un’altra storia. Lo sa, Terry Riley. E gli pesa. Fin dalle prime battute. Leggerezza, addio. Subito accordoni solenni, pesantissimi. Musica osservante della tradizione timbrica dello strumento per come è usato in chiesa. Che la struttura sia quella del raga indiano (con qualche vocalizzo di maniera, orientale ma «d’importazione») conta poco. La sostanza sono melodie che si attorcigliano e tornano a confluire in un gorgo che le assorbe, e i pochi respiri di «soluzioni» in blues sono gli unici ristori.

La sera dopo, in un’altra chiesa bolognese (AngelicA Festival è in cerca di luoghi diversi in città, ma quest’anno ben dieci concerti su quindici sono in chiesa…), il Santuario del Corpus Domini di Santa Caterina, Riley è presente solo come autore di Chanting the Light of Foresight (1987) per quartetto di sassofoni. Si ascolta in pubblico per la prima volta in Italia. I virtuosi svizzeri e tedeschi dell’ARTE Quartett (davvero splendidi) sono gli interpreti. Sei movimenti molto diversi tra loro.

Si passa da una musica giocata mirabilmente sui suoni unici tenuti in atmosfera di raccoglimento morbido agli unisoni fortemente drammatici che ricordano il suono d’organo e rimandano alla musica antica (addirittura al gregoriano?). Da un episodio struggente di ballata con venature blues che a un certo punto fa venire in mente certi lavori di John Surman a una sorta di mandala sonoro molto complesso. Da un episodio decisamente free e rumorista (è stato elaborato dal Rova Saxophone Quartet ed inserito di comune accordo nell’opera di Riley) a un finale di sapore gershwiniano.

Musiche di Terry Riley
AngelicA Festival
, Bologna

7/8 maggio 2013

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