Letizia Paolozzi

Questo non è il paese del «nuovo che avanza». Con l’elezione-bis di Giorgio Napolitano bisogna ammettere che l’Italia si aggrappa all’orlo dei pantaloni di un signore di ottantotto anni. Operazione non proprio d’avanguardia. Che volete? Noi preferiamo le soluzioni barocche. Naturalmente, in punta di Costituzione. Il cambiamento, no, non ci aggrada.

Benché, per un mese e mezzo, Pier Luigi Bersani proprio il cambiamento avesse esaltato. Doveva acchiapparlo per la coda. Pareva a portata di mano con la proposta al Movimento 5 Stelle di un avvenire radioso nel futuro governo. Immagino che appunto per raggiungere tale scopo il segretario Pd si sia sottoposto alle umiliazioni in streaming. Un individuo «normale» avrebbe risposto a padellate: il politico ha da portare la sua croce.

Il momento non è buono (e non da oggi) per una sinistra che ha visto affondare quella cultura politica novecentesca legata al territorio, ai sindacati, alla militanza. Ora la militanza si pratica con le primarie oppure corre via web. Durante l’elezione del presidente della Repubblica fioccano i messaggi twittati. Il «fuori» incalza: chiudete le segrete stanze dove avviene la trattativa. La piazza rumoreggia. Due iscritti (per la tv diventano migliaia) strappano la tessera: «La prossima volta le salsicce ve le cuocete da soli».

Il Movimento 5 Stelle promette la «marcia su Roma». L’opinione pubblica (concetto quanto mai insicuro, scientificamente parlando) pende dalla tv. Prendere la parola, discutere, arrivare insieme, collettivamente, alla formazione delle decisioni: il grande caos in cui ci troviamo non lo prevede. Questo caos degli elettori e pure degli eletti apre la strada alla buona politica? Macché! Gli elettori sono furibondi. Bersani ha trattato con il Male puro: scegli pure nella mia «rosa». Viene fotografato in paterno abbraccio con Alfano.

Un sacrificio in nome dell’«ampio consenso». D’altronde, sta al Parlamento eleggere il capo dello Stato. Non decidono direttamente i cittadini. Uno dei casi (numerosi) in cui la Costituzione mostra tutti i suoi anni. Andrebbe aggiornata, ma insieme. Insieme a chi? All’avversario di sempre? In pochi capiscono la distinzione tra un accordo con Berlusconi per l’elezione del capo dello Stato e un governo «mai con Berlusconi».

Quanto al Parlamento, gli eletti procedono in creativo disordine. No a Marini e no a Prodi. I giovani turchi molto pasdaran del segretario Pd e la sua ex portavoce, che non si era mai fatta notare per un minimo di autonomia mentale, voltano le spalle a Bersani. Viene riesumata la categoria del tradimento. La «poltrona più alta» miete vittime. Su Franco Marini, il «lupo marsicano», specie protetta che in Europa temo non sia molto conosciuta, il Pdl si mostra compattissimo. Quasi a guidarlo fosse un Comitato centrale del Pci d’antan. Il Pd, invece, rimanda alla Dc dei gruppi tribali. Vendola vota il candidato grillino, Rodotà. I socialisti Bonino. Il centro-sinistra si sfascia. L’operazione per eleggere il prossimo presidente della Repubblica suona a momenti ottusa, in altri schizoide.

Il guaio è la debolezza dei partiti, del ceto politico. Pd e Pdl non somigliano alla Dc e al Pci delle «larghe intese». Peraltro la vicenda si dipana sotto i colpi inferti da Grillo, terzo incomodo. Ma contemporaneamente, novità di questi tempi complicati. Il Movimento 5 Stelle ha radici nella lotta anticasta. Dalle «quirinarie» (non abbiamo avuto il bene di conoscere il numero dei votanti online) escono dieci nomi. Grillo punta su Rodotà e distribuisce veti. Non bada alla condizione sociale né alla differenza dei sessi (che pure attraversa la società). Veramente, anche dal documento di Fabrizio Barca (le donne «segmento sociale») la differenza viene espunta. Tra crisi economica e scandali la politica, che sempre meno ha cura della vita delle persone, si è rattrappita.

Sulla politica si riverbera il vuoto di autorità dei partiti. Tuttavia non tutto è perduto, se una crescente passione (non solo degli addetti ai lavori) ha accompagnato l’elezione del capo dello Stato. In questa passione intravedo una domanda di politica differente. Certo, ci si rivolge a un presidente di ottantotto anni affinché succeda a se stesso. Nonostante i riti sacrificali della rottamazione, sono i vecchi uomini a dover assistere figli e nipoti che si rivelano adolescenti attardati. Per salvare la politica l’autorità non si rintraccia nella «democrazia telematica» ma, curiosamente, bisogna rivolgersi alla vecchia generazione del Pci, a un signore nato nel 1925.

Dal numero 29 di alfabeta2 - a maggio nelle edicole e nelle librerie

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