Manuela Gandini

Maria Lai è morta ieri a Cardedu (Sardegna) all’età di 93 anni.

Quando lo scorso novembre arrivai a Ulassai, un paese in cima a un monte nell’Ogliastra, era un tardo pomeriggio di vento, neve
e pesanti nuvoloni. Entrai nella piccola chiesa del centro con Maria Sofia Pisu, nipote di Maria Lai e Diego Viapiana, gallerista milanese. Maria Sofia ci mostrava la Via Crucis realizzata dalla zia. Le stazioni apparivano in successione in lunghi parallelepipedi neri con dei fili bianchi che scendono verso il basso. Nel silenzio e nella penombra, una donna inginocchiata mi fece cenno di avvicinarmi.
Mi chiese se fossimo lì per Maria Lai e io risposi di sì. “Sa – mi disse commossa – Maria
è stata importantissima per noi. Ci ha insegnato tanto e ora, nella sua condizione di malattia, ci sta insegnando anche a morire”.

L’artista era immobilizzata da tempo, non poteva parlare, ma i suoi occhi rispondevano
e brillavano. Durante quest’ultimo anno è stata sospesa tra i mondi che amava creare. Mondi fatti di stoffa e di fili, di grovigli e di direttrici misteriose. Emisferi incompiuti partoriti nel segreto dell’arte, perché, affermava : “L’arte trascina il mondo nell’infinito”.

Maria Lai, Errando (courtesy Stazione dell'rte)

Maria Lai, Errando (courtesy Stazione dell'Arte)

Trasferitasi a Roma negli anni Trenta per frequentare il Liceo Artistico con Marino Mazzacurati e Alberto Viani, la giovanissima Maria, solitaria e ostinata, sovverte tutte le regole e il pensiero comune. Non era certo raccomandabile la carriera dell’artista per una ragazza di buona famiglia che veniva dalla Sardegna. E quando cominciò l’Accademia di Belle Arti a Venezia, Arturo Martini non voleva donne a lezione. “Entrai nel suo mondo come un fastidio, - ha raccontato Maria - ma in qualche modo lo incuriosivo. Oggi so che ci eravamo incontrati per comunicarci qualcosa che sarebbe andata oltre quel tempo”.

In quel pomeriggio di novembre andammo a visitare le opere incastonate come gioielli lungo tutta Ulassai, sua città natale. All’interno dell’antico lavatoio ci sono due installazioni site specific che ne conservano la memoria: un grande telaio da tessitura colorato fatto da Maria Lai a soffitto, con corde nodose pendenti, e una scultura-fontana di Costantino Nivola che fa cantare l’acqua.

Maria Lai, La mappa di Colombo (courtesy Stazione dell'Arte)

Maria Lai, La mappa di Colombo (courtesy Stazione dell'Arte)

Poi abbiamo fatto la strada che porta alla sorgente di Santa Barbara, un percorso votivo, ritoccato da Maria Lai. Ai muri di contenimento dei tornanti ha applicato delle formelle con
i simboli della tradizione locale e cristiana: i pesci e il pane. Il luogo, isolato da montagne che sembrano canyon, è immerso in un silenzio surreale e la spiritualità della natura è una realtà concreta. Maria Lai amava confrontarsi con le forze naturali, con i grandi spazi, con la vastità del tempo. “Ulassai – ha affermato - è una metafora straordinaria perché
è minacciata da frane, come il mondo”.

Dalle stoffe, dai telai fatti come macchine inutili degli anni sessanta, dai libri cuciti con parole illeggibili, è passata a opere di land art come la scarpata di Ulassai, realizzata nel 1993. Vi è un’apertura gigantesca, con tracce di simil-fossili e frammenti metallici riflettenti il sole e il cielo. Sembra un luogo fantascientifico che si svela dietro l’angolo del presente. Tutto questo Maria Lai lo ha fatto da sola. È stata forse l’artista che ha maggiormente influenzato le generazioni a venire e che ha inciso sugli orientamenti culturali del movimento femminista. Tuttavia, pur essendo amatissima in Sardegna e all’estero, nel resto d’Italia non è stata riconosciuta come avrebbe dovuto. Ma lei, al successo e alla mondanità, preferiva il silenzio e la solitudine, alla coercizione del mercato la libertà della creazione.

Seguiva i suoi fili che si interrompevano, riscriveva con l’arte le leggende delle janas, le fatine preistoriche dell’isola, o quelle raccontate da Salvatore Cambosu e Giuseppe Dessì. Comunicava con entità e divinità attraverso la poesia. Tutto il suo lavoro si è sviluppato nell’incompiutezza. Faceva sculture di pane perché, raccontava: “La prima Accademia di Belle Arti l’ho frequentata con le donne che facevano il pane a casa mia”. Poteva usare indifferentemente la stoffa e renderla dura o il cemento e renderlo leggero come un trine. Ulassai le ha dedicato un museo, la “Stazione dell’Arte”, in una vecchia stazione ferroviaria in disuso da anni.

Commentando l’idea sul nascere Maria affermò: “Avevo già progettato di murare tutte le mie opere, chiuderle in uno spazio murato, con la promessa che dovevano essere riaperte
e guardate solo dopo cinquant’anni dalla mia dipartita. È solo allora che parlano le opere, dopo tanto tempo”. Invece noi continueremo a frequentare i suoi mondi, a perderci nei suoi silenzi, a tentare l’abbandono dell’ego in comunicazione con gli elementi. L’arte, per Maria,
è un nastro celeste che nella sua levità e apparente inutilità, può salvare l’umanità intera.

Il numero 28 di “Alfabeta2”, attualmente in edicola, ha dedicato il numero a Maria Lai.

Martedì 23 aprile 2013, alla sala conferenze del Museo del Novecento a Milano, sarà presentato il film “Ansia d’Infinito”, sulla figura di Maria Lai, per la regia di Clarita Di Giovanni. Orario dalle 17.30 alle 19.00 (prenotazione obbligatoria).

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18 Risposte a Ciao Maria

  1. roberto ha detto:

    VERDECOPRENTE FESTIVAL 2013
    dedicato a Maria Lai

    Il diario del festival comincia così, oggi 16 aprile 2013, non appena sappiamo che Maria Lai se n’è andata. Nella sua Sardegna, nella sua casa, tra le braccia dei suoi familiari. Una famiglia che abbiamo conoscituto in ottobre, e che ora abbracciamo forte, sentendocene in qualche modo, parte.
    Rossella Viti e Roberto Giannini
    Vocabolomacchia Teatrostudio
    http://macchiaoff.com/

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