Tiziana Migliore

Come difendersi dall’arte e dalla pioggia è un libro di Emilio Isgrò che dà la chiave politica della sua ostinata opera di cancellatura. Redattore del Gazzettino in gioventù, Isgrò ha percepito la forza della parola opaca senza più separarsene. L’ha introdotta nel mestiere di poeta visivo che per lui, da allora, è divenuto croce e delizia. Apre gli occhi sui fenomeni di assuefazione.

Nel libro, edito da Maretti e che riunisce articoli apparsi su riviste e quotidiani, dal 1971 al 2012, Isgrò cancella verbalmente ciò che oggi rende il mondo esausto: la dipendenza da una “Parart” piatta, autoreferenziale e sola, “a comando per agiati parvenu”. Non è disimpegnata. Si impegna rispecchiando un’altra scala di valori, diversa, per esempio – chiarisce Isgrò – da quella di chi ha scritto il patto sociale di un popolo in pericolo, la nostra Costituzione. Un immaginario Lamento di Lorenzo De' Medici fa da incipit al volume. Qui è Il Magnifico a biasimare un’arte che piove “da tutti i buchi, / da tutti i pori”, cade dentro e “ributta indietro”. Per difendersi da successo mediatico, compravendite e carriere, senza scrupoli di etica, il mecenate invoca “te, giovane amico”. L’interlocutore è il poeta Isgrò e, attraverso lui, il lettore-spettatore, che il discorso diretto chiama alla critica.

Se pareba boves, alba pratàlia aràba et albo versòrio teneba, et negro sèmen seminaba.
Da cinquant’anni Isgrò rivolta il terreno dalle certezze su cui ci assopiamo. Non ara “bianchi prati”, come l’amanuense dell’indovinello veronese. Sparge invece un seme nero su un patrimonio culturale normalizzato: dai Vangeli all’Odissea, dai Codici ottomani all’Inno di Mameli, dal Corano all’Enciclopedia Treccani, fino alla Costituzione della Repubblica italiana. Un oltraggio, certo, ma all’usura, al disuso o al cattivo uso di questa summa.

China e acrilico nero coprono e rinfacciano una scrittura che è già “sotto cancellatura”, perché maltrattata. Isgrò la testualizza così, sintomo di comportamenti deleteri e tuttavia, nel castigo, anche antidoto alla pioggia che devasta e annacqua. Ne La Costituzione cancellata (2010) risultano superstiti i termini /una/ indivisibile/ minora/ta. La sua scommessa è il riscatto dallo status quo. Ecco api e formiche nelle pagine in prosa, poesia e rappresentazione cartografica. Cancellare sortisce un eidolon di caratteri e condizioni in stallo. Si colga la scrittura, come nettare che insetti brulicanti suggono e trasportano.

Il volume, a cura di Beatrice Benedetti, è diviso in sette sezioni e include un prologo e un epilogo, rispettivamente una conversazione con Arturo Schwarz (1998) e un’intervista con Alberto Fiz (2007). I titoli di alcuni capitoli – Volpi e leoni, Terremoti e tecnologie, Disdetta italiana – esprimono il dissenso di Isgrò, che respinge l’“artista vedette” e imputa a un “piano Marshall” certe strategie nazionali, come il preferire Rauschenberg a Fontana. Mordace è la sezione Manifestini. Con il “brevetto rivoluzionario” della cancellatura Isgrò si ricollega alle avanguardie, attive nel modificare il corso delle cose. Nel 2012, al Mart, cancella perciò il Manifesto del Futurismo. Non se ne sentiva più il rumore, quasi fosse estinto. Bisogna farlo tornare indelebile.

L’artista siciliano ricorre alle tecniche della stampa, le medesime che consentono a Warhol la riproduzione in serie, per una distruzione “beatrice” (Mallarmé), iniziatica al cambiamento. Ha questo senso l’enorme scultura, a forma di seme d’arancia, installata a Barcellona Pozzo di Gotto, sua città natale. Tufo impastato con pomice in polvere, sabbie vulcaniche e resine antisismiche. Nelle pagine del libro, Schwarz, primo editore e collezionista di Isgrò, stana l’alchimia del monolite. Sparita l’arancia, rimane un seme che è principio di differenziazione, energia locale, offerta civica di rinascita.

LIBRO
Emilio Isgrò
Come difendersi dall'arte e dalla pioggia
a cura di Beatrice Benedetti
Maretti Editore (2013), pp.268
€ 22.00

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2 Risposte a Come difendersi dall’arte

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