Giacomo Pisani

Mercoledì 3 Aprile presso l’Ex Palazzo delle Poste dell’Università degli Studi di Bari è stata inaugurata la mostra “eVisioni – Il carcere raccontato in pellicola, collage e graffiti” a cura di Antigone Piemonte Onlus, finanziata dalla Regione Puglia – Assessorato al Mediterraneo, Cultura e Turismo, e realizzata in collaborazione col Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Bari, il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Torino, la Mediateca Regionale Pugliese, il Centro studi dell’Apulia Film Commission, il Museo della Memoria Carceraria – La Castiglia di Saluzzo (CN), il Ministero della Giustizia – Casa circondariale di Bari e l’associazione “Sapori Reclusi”. La serata inaugurale è stata moderata da Luigi Pannarale, docente di Sociologia del Diritto presso l’Università degli Studi di Bari.

La mostra è visitabile fino al 18 Aprile, e raccoglie locandine cinematografiche di film a tema carcerario curata da Claudio Sarzotti e Guglielmo Siniscalchi. Sono inoltre esposti i collages realizzati dall’artista Agnese Purgatorio con le detenute della Casa Circondariale di Bari per il Centro di Documentazione e Cultura delle Donne, e fotografie di graffiti, a cura di Davide Dutto, realizzate presso l’ex carcere della Castiglia di Saluzzo (CN), che ospiterà tra qualche mese il primo museo in Italia dedicato interamente alla storia del carcere.

Il carcere è il lato oscuro della società, il negativo dell’esistenza normalizzata. È un buco nero e, in quanto tale, ha provocato a lungo l’uomo, delineandosi come ciò che è dall’altra parte, nel regno quasi intangibile dell’ingiusto, dell’anormale, della reclusione appunto. Il cinema ha gettato una luce sul carcere, lo ha oggettivato, ha reso lo spettro riconoscibile. Ma spesso esso è divenuto, in quanto oggetto, circoscritto nella sua irriducibile estraneità, quasi fosse altro rispetto all’umano. La sfida del cinema è tutta qui. Il cinema può ridurre la reclusione a oggetto de-limitato, nello spazio e nelle possibilità, alle mura del carcere, o farci percepire l’umanità della vita reclusa.

Esso può allora riempire il carcere di possibilità di uomini in carne e ossa, ponendoci di fronte al risvolto sempre eventuale delle nostre azioni. Perché è l’umanità stessa, al di fuori di un certo reticolo di possibilità “normali”, a sprofondare nella reclusione, nel lato oscuro, che è il negativo della vita istituzionalizzata. Esso, dunque, ci coinvolge costitutivamente, perché ha al fondo decisioni, condizioni e scelte, della stessa natura di quelle a cui, in ogni momento, la nostra esistenza è chiamata a dare risposta. Noi stessi siamo irrimediabilmente inscritti in questo gioco.

Il diritto, allora, non è un limite assoluto che, calato dal cielo, separa ciò che è giusto da ciò che non lo è. La vita è continuamente implicata nel negativo, nella non-possibilità, quella non normalizzata, nell’ingiusto. In tal modo, essa costituisce un piano di immanenza che si intreccia, sin dalle radici, al piano del diritto, che condiziona la vita e la dirige, senza tuttavia cancellare quel margine di indeterminazione che ci rende costantemente reclusi. Che ci impone, insomma, di scegliere continuamente. E nella scelta il negativo è sempre in agguato, al di là della pellicola, dove la vita prende forma.

Le locandine sono allora pezzi di vita che definiscono un universo di emozioni e di esperienze che rovesciano il negativo per impregnarlo di umanità. I graffiti sui muri del carcere sono strappi nel tempo piano e immutato, attraverso i quali l’uomo recluso cerca di avvicinare il mondo fuori dalle sbarre, per far filtrare frammenti di tempo vissuto. Perché il carcerato è recluso anche dal tempo, che scorre sempre identico, senza lasciarsi afferrare dalle scelte, indifferente alla noia, sordo ai passi che segnano il vuoto dell’attesa. Il cinema è tutto questo, è la vita rinchiusa dietro le sbarre, è lo sguardo del sorvegliante lì a pochi passi, eppure così lontano. Perché siamo tutti sospesi, fra la libertà e la reclusione, oltre la soglia di una scelta, fra le sbarre di una cella, dove gli occhi del sorvegliante sono come una pistola puntata sull’esistenza, in ogni secondo.

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5 Risposte a Il carcere in pellicola

  1. Pasquale ha detto:

    perfettamente d’accordo!

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