Giorgio Mascitelli

Se si dovesse descrivere con un esempio concreto quali sono le trasformazioni che stanno caratterizzando la nostra scuola sul piano culturale, invece di tirare in ballo articoli di legge o decreti ministeriali difficilmente comprensibili ai non addetti ai lavori, basterà ricordare il curioso statuto di cui gode il powerpoint nel nostro sistema scolastico.

Questo programma particolarmente utile per la presentazione grafica di qualsiasi argomento (da una veloce relazione sul dibattito relativo alla teoria delle superstringhe all’analisi del modus operandi dell’Internazionale f.c. sul calciomercato nell’ultima sessione invernale) gode di uno statuto ontologico diverso da quello di cui godono gli altri programmi informatici e gli strumenti didattici in generale.

L’insegnante che avrà fatto svolgere un lavoro agli studenti o preparato una propria lezione con l’ausilio di questo strumento difficilmente parlerà dell’argomento scelto coi propri colleghi, con gli studenti e le loro famiglie, ma si concentrerà sul fatto di aver usato il powerpoint. Anche presso gli studenti, per la verità meno inclini agli entusiasmi tecnologici perché abituati a operare con programmi più sofisticati, il discorso verterà più sui modi di preparare la relazione anziché sui contenuti di essa, come nelle vecchie interrogazioni.
Non parliamo poi del variegato mondo della burocrazia scolastica dove poter vantare in una relazione di qualsiasi tipo e genere l’uso del powerpoint vale come aver fatto gli ori a scopone scientifico.

Naturalmente qualcuno, che so un giovane economista vincitore di una borsa di studio per trovare l’algoritmo che dimostri il maggiore successo lavorativo di chi ha studiato con il powerpoint, potrebbe obiettare che c’è ancora molta resistenza all’uso delle nuove tecnologie e avrebbe ragione; anzi si può aggiungere che esistono sacche di insegnanti, che arrivano come dei luddisti a reputare qualunque cosa venga presentata con il power point una stupidaggine, in pieno sprezzo del carattere neutrale del prodotto. Ma costoro non contano affatto perché il powerpoint ha vinto nell’immaginario collettivo e, quando qualcosa vince nell’immaginario, le scienze sociali più aggiornate scoprono sempre il calcolo che lo prevedeva.

L’uso del powerpoint infatti è diventato innanzi tutto un segno non solo di aggiornamento e di modernità vincente, come è ovvio, ma anche di prestigio e di appartenenza a un’èlite, che questa èlite sia in realtà una massa è questione trascurabile nell’ottica dell’immaginario collettivo. Per capire meglio questa situazione, basterà confrontare come fu accolto l’uso della calcolatrice elettronica a scuola: dopo un breve periodo di indignata repressione perché indeboliva le capacità di calcolo dei ragazzi, essa fu accettata come male necessario del progresso o come un utile ausilio, che non poteva connotare in alcun modo né positivamente né negativamente l’attività didattica. Nel caso del powerpoint, invece, l’idea che esso sia un valore in sé, che qualifichi il lavoro scolastico, dimostra come sia diventato ormai un segno mentre la calcolatrice resta uno strumento.

Ora una scuola che usa in questo modo il powerpoint non può che insegnare a usare il powerpoint. Questa apparente tautologia merita di essere spiegata: il powerpoint non è usato come uno strumento per realizzare determinate attività, ma viene inserito in un orizzonte di aspettative e simboli in cui è esso allo stesso tempo il garante e la metonimia di una serie di valori, anzi di un solo valore, la subordinazione dell’ingegno umano a qualsiasi attività possa aumentare i profitti, che viene trasmesso in maniera per così dire muta e perciò potentissima. Nelle scuole ideologizzate la trasmissione dei valori più efficace non avviene per via diretta ma subliminalmente.

Ne dà un esempio Luigi Meneghello, quando in Fiori italiani descrive la scuola elementare fascista come efficace non per la presenza di questa o quella iniziativa di propaganda, ma per l’orizzonte che abbracciava, tutto implicitamente fascistizzato (affinchè non ci siano equivoci, non sto affermando che l’attuale scuola italiana è autoritaria, ma che questo tratto singolo isolato da Meneghello è utile per capirne un altro presente nella nostra scuola attuale. L’autoritarismo di tipo tradizionale è presente in forma residuale e corporativa presso taluni docenti o come marchio delle politiche di centrodestra, ma non è un elemento strategico nelle politiche scolastiche attuali).

Tutto questo discorso, che non ha origine in Italia, va calato poi nel contesto italiano: in un contesto, cioè, nel quale spesso mancano i mezzi concreti per realizzare le attività informatiche. Per effetto di questa situazione l’introduzione della tecnologia nella scuola appare sempre più rivestita di questo valore segnico o ideologico, se si preferisce, e si rafforza l’idea opposta, ma complementare, che la radice dell’insegnamento consista nella trasmissione di un insieme di contenuti previsti in programmi e presentati con modalità sempre uguali a se stesse. Il rischio non è solo quello di una scuola aziendalista, ma, come scriveva Meneghello a proposito di quella frequentata da lui, una scuola di parole e non di cose, magari si tratterà di parole meno difficili, magari inglesi e non latine, ma pur sempre di parole invece di cose.

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