Maria Teresa Carbone

Alcuni giorni fa, al Nuovo Cinema Palazzo di Roma, Cesare Bermani è stato protagonista di una giornata di studio (Una voce nella storia. La ricerca di Bermani). Intervento dopo intervento, i partecipanti – Stefano Arrighetti, Pier Paolo Poggio, Sandro Portelli, tra gli altri – hanno cercato di dar conto di un metodo di indagine insieme rigoroso e (apparentemente) indisciplinato e della vastità dei territori esplorati da questo intellettuale caparbiamente “fuori canale”, impegnato da quasi mezzo secolo a captare parole e suoni della cultura popolare: dai canti religiosi abruzzesi al lavoro degli italiani in Germania sotto il Terzo Reich, dalla Resistenza in Valsesia alle leggende metropolitane...

Ma quando infine è toccato allo stesso Bermani parlare, non sono stati pochi, nel pubblico, a stupirsi: anziché rievocare i tempi in cui, con Gianni Bosio, fu tra i fondatori dell'Istituto Ernesto De Martino, anziché narrare qualche episodio legato all'uso dell'inseparabile registratore, anziché riprendere almeno alcune delle questioni trattate nei suoi libri, infatti, lo storico ha preferito raccontare la sua più recente avventura, le battaglie condotte con l'associazione Ernesto Regazzoni per difendere il paesaggio e il patrimonio artistico del lago d'Orta – la gioia per avere scongiurato l'abbattimento di un viale di tigli, la perplessità sgomenta di fronte all'ignoranza di tanti amministratori locali, la necessità di una lotta dalla quale, proiettando la dimensione locale su uno sfondo globale, dipende il futuro della nostra specie, se è vero che “nell'arco dei dodici mesi gli umani consumano le risorse annuali del pianeta in 240 giorni e vivono per il resto del tempo a credito”.

“Bermani è andato fuori tema”, ha forse pensato qualcuno quel giorno. Errore. Rivolgersi al presente non è una svista, un momentaneo capriccio, ma costituisce l'elemento fondativo del mestiere dello storico, così come lo intende questo instancabile, appassionato ricercatore – e non a caso proprio La libera ricerca di Cesare Bermani. Culture altre e mondo popolare nelle opere di un protagonista della storia militante si intitola un volume a più voci che DeriveApprodi ha appena pubblicato, raccogliendo i testi prodotti per un precedente convegno su Bermani (W Cesare! Cultura di classe, storia orale, cultura sociale, San Giovanni in Croce, 6 ottobre 2011) e integrandoli con altri contributi, nel tentativo di tracciare una mappa minima dell'opera sterminata di Bermani, arrivata oggi quasi ai duemila titoli, e più ancora di restituire il ritratto di una esperienza per certi versi irripetibile e tuttavia esemplare per chi oggi voglia fare ricerca senza appiattirsi su modelli accademici e polverosi.

In tal senso questo piccolo volume collettaneo potrebbe rappresentare un utile “manuale di istruzioni” per i giovani storici, a partire da una annotazione dello stesso Bermani, riportata da Bruno Cartosio e contenuta nella prefazione alla seconda edizione del monumentale Pagine di guerriglia. A chi gli rimprovera la sua estraneità a qualsiasi classificazione, Bermani ribatte: “È la mia una 'formazione eclettica' o non sono piuttosto le tradizionali divisioni disciplinari in storia, sociologia, antropologia, geografia, ecc. qualcosa di sempre più anacronistico, buone per burocrati in carriera universitaria ma assai distanti dalla ricerca scientifica?”.

Così come sono preziosi gli insegnamenti riguardo alla storia orale – una storia, sottolinea nel suo contributo Portelli, fondata da un lato sulla “attenzione a come le persone si esprimono, e quindi al dialetto, quindi al linguaggio, quindi ai canti”, dall'altro sulla capacità di analizzare e verificare criticamente le fonti, nella consapevolezza che “è precisamente quando si sbagliano che le fonti orali diventano ancora più interessanti”. Una storia, quella praticata da Bermani, che non teme gli errori e neppure ha paura di essere trasparente, anche quando si trova di fronte, come nel caso appunto di Pagine di guerriglia, sui “garibaldini” in Valsesia, anche episodi difficili da affrontare: scontri interni, casi di stupro, eccessi di giustizia partigiana.

“Non c'è nulla di indicibile, se riusciamo a capire perché determinate cose sono successe, compito dello storico non è nascondere ciò che parrebbe poco nobile, bensì dare comprensibilità a una vicenda che va valutata nella sua complessità”, commenta Santo Peli. È questa la pista su cui si è sempre mosso Bermani, e su questa pista lo dovrebbero seguire gli storici d'oggi.

Questo articolo è apparso il 29/04/2013 su Il Bo

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5 Risposte a Il canto delle parole

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