Carlo Antonio Borghi

A pustis de tanti dolore Issu torrata luchere, e cun Issu su mundu. Con queste parole si chiude Su Re, l’ultimo lungometraggio di Giovanni Columbu. Parole profetiche da Isaia, dette dal sardista Michele Columbu, padre di Giovanni, scomparso un anno fa. Tradotte dalla limba sarda barbaricina quelle parole suonano così: dopo tanto dolore, Lui è tornato Luce e con Lui il mondo.

L’intero film è in limba, così come lo era il precedente lungometraggio del regista, Arcipelaghi (2001) tratto dall’omonimo romanzo di Maria Giacobbe. Se fosse rimasta traccia riconoscibile di una lingua e di una scrittura nuragica databili al Secondo Millennio prima di Cristo, Giovanni Columbu l’avrebbe messa in bocca ai suoi attori non professionisti. In mancanza di quella, ci pensa Sa Limba a dare corpo e suono doloroso a tutto il film.
Su Re è il Re dei Re, il Messia, il Salvatore, il Figlio dell’Uomo protagonista del Nuovo Testamento e dei suoi quattro libri chiamati Vangeli, sinottici e panoptici. Le azioni di persecuzione, condanna e crocifissione sono ambientate nel paesaggio livido e spigoloso dell’interno della Sardegna.

Panorami brulli, carsici e lunari dove, a volte, pare non esserci possibilità di vita e di storia. La narrazione risulta altrettanto indurita e tagliata con l’accetta, per sfrondarla da ogni superfluo. Il film parte dall’epilogo: la Crocifissione. Gesù diventa Cristo. Vento e silenzi sono con Lui. Anche il regista, a modo suo, diventa un Cristo con la macchina da presa caricata sulle spalle, come fosse una croce. Della storia tutti da sempre conoscono la trama, la premessa veterotestamentaria e l’esito. Tutti conoscono il movente, i mandanti, l’arma del delitto e gli aguzzini, eppure è sempre una vicenda che appassiona e buca lo schermo trapassandolo come può fare un chiodo ribattuto nel legno di quella stessa croce.

Dopo il passaggio ai Festival di Torino e Rotterdam, Su Re è uscito in prima nazionale a Cagliari e dal 28 di Marzo è distribuito sugli schermi italiani dalla Sacher di Nanni Moretti. L’occhio di Giovanni Columbu ha scavato nella pietra di calcare del Monte Corrasi dove si consuma la Crocifissione. Altrettanto scava tra le pietre di basalto squadrato di un Nuraghe dove si svolge il capitolo processuale del Sinedrio. La sua Ultima Cena, ambientata in una casupola, è la più magra e la più povera che si sia mai vista in tutta la Storia dell’Arte.

Il Cristo e il Creato. Questo è un Cristo sardo che si muove in un Creato altrettanto sardo. Una Teologia della Visione e forse della Liberazione alla maniera di quei missionari che camminavano il Nuovo Mondo con il Vangelo in una tasca e il Capitale nell’altra tasca o in bisaccia. Su Re, il Re dei Re, sullo schermo è Fiorenzo Mattu. Ogni schermo a fine proiezione diventerà una Sacra Sindone, ma sarda.

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4 Risposte a Su Re

  1. Giorgio Ledda ha detto:

    ” la Crocifissione. Gesù diventa Cristo”.
    Detto così sembrerebbe alimentare il comune equivoco che vorrebbe che Cristo significhi crocifisso, mentre significa unto (del Signore).

  2. Giovanni Columbu ha detto:

    Caro Cicci grazie! È tutto vero quello che dici come al solito filtrato dalla tua sensibilità e dal tuo gusto per la parola e la metafora che anch’io tanto ammiro nei tuoi scritti. Ecco, credo che anche Su Re, oltre a percorrere e riproporre in Sardegna la Passione di Gesù, persegua una ricerca che è della parola o della parola cinematografica contemporanea che mi è parso ancor più bello e stimolante svolgere in relazione a una storia così universale e antica.

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