Christian Caliandro

Il sistema italiano dell’arte contemporanea degli ultimi vent’anni è il mondo in assoluto più simile, per caratteristiche strutturali e funzionamento interno, a quello della politica: entrambi infatti sono accanitamente autoreferenziali, pur non essendo autonomi rispetto alla realtà esterna (la contraddizione è solo apparente); inoltre, cosa più importante, entrambi nei confronti di questa stessa realtà hanno sviluppato una forma psicotica di dissociazione, ai limiti della negazione. Entrambi si sono allenati all’ignorare del tutto le trasformazioni che li stavano riguardando, sostituendo la conoscenza – e la critica – dell’esistente con il reimpiego pigro degli stereotipi e svuotando al tempo stesso di senso i concetti guida del passato recente e lontano. Il problema centrale è proprio il distacco dalla vita.

Il cosiddetto sistema dell’arte si articola principalmente attorno a un addestramento collettivo al culto di feticci, alla perpetuazione di rituali bizantini e alla conservazione di codici autarchici che non intrattengono più alcun rapporto con il presente, ma solo con le forme del passato. Naturalmente, l’adorazione si concentra sui linguaggi elaborati tra fine anni Sessanta e inizio anni Settanta che, una volta privati dei contenuti (elaborati dai trentenni di allora, attorno a specifiche esigenze e al sistema di valori che orientava quella generazione) e ridotti a gusci vuoti, sono divenuti la base di quel gusto «postpost-concettuale» che da oltre un ventennio recita il ruolo di nuova Maniera internazionale.

In Italia questa situazione è aggravata dalle (solite) criticità strutturali. A partire dall’inizio degli anni Novanta l’arte contemporanea italiana ha inaugurato un processo di costante e inesorabile ripiegamento su se stessa che prosegue ancora oggi. Di fronte alle sfide e alla gigantesca riconfigurazione imposte dalla globalizzazione anche in questo campo, gli operatori del settore (galleristi, direttori di museo, critici e curatori, e in ultimo gli artisti stessi) hanno reagito chiudendosi entro i limiti angusti di un perimetro che ha concepito come unica connotazione «cosmopolita» l’esterofilia acritica – il segnale più sicuro del provincialismo.

Un ambito che per sua stessa natura dovrebbe essere rivolto alla sperimentazione e alla ricerca si è chiuso nella conservazione, rifiutando il confronto con l’altro e rifugiandosi nella dipendenza. (Il fatto è che una società «chiusa» come quella italiana di questi anni, un paese e una collettività in declino non possono produrre opere e contenuti di prim’ordine, ma esprimeranno inevitabilmente qualcosa che sia disponibile alla consolazione, alla retorica, all’autocelebrazione: diverso il caso della letteratura italiana degli anni Zero, che proprio per reazione a questo stato di cose ha saputo imboccare alcuni percorsi fecondi.)

Così, osserviamo tutti i giorni il paradosso di artisti giovani e giovanissimi che vivono nella più totale finzione. «Fare il curatore», «fare l’artista» è diventato infatti uno dei modi privilegiati per mascherare una condizione di umiliazione collettiva, che viene perennemente rimossa e nascosta sotto le coltri dell’autoindulgenza e dell’autoironia. Queste generazioni sono cresciute (e sono state cresciute) nell’obbligo di simulare vite interessantissime e mansioni affascinanti – perché così prevedeva il contesto; così prescrivevano le condizioni date.

Adesso si vede che fine ha fatto il contesto; adesso quelle stesse condizioni sono sul punto di disintegrarsi. Nell’era della crisi, in molti stanno scoprendo di essere impreparati: la formazione precedente è inservibile per decifrare il contesto in formazione: l’equipaggiamento mentale è del tutto inadeguato. Eppure molti continuano a non avere (e a non volere) una vita al di fuori del recinto dell’arte, un’esistenza che sia a stretto contatto con il mondo esterno e che si identifichi con esso fino a farlo diventare interno: il mondo dell’arte si è consumato in se stesso, è avvizzito per assenza di alimentazione.

Dal numero 28 di alfabeta2, dal 9 aprile nelle edicole, in libreria e in versione digitale

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10 Risposte a Arte e vita

  1. Mimmo ha detto:

    Concordo, si è dimenticato (e io lo urlo proprio dagli anni novanta) che la fruizione dell’arte non è una esperienza privata ma sociale e politica e che è nell’ambito della cultura artistica diffusa che si forma un processo di educazione all’arte.
    Il web sta demolendo le barricate e le ipocrisie di sistema e contribuisce a influenzare questo altro sistema dell’arte che non tutti gli artisti “addetti ai lavori” sono capaci di affrontare.
    L’esperienza artistica passa oggi per una dimensione virtuale altra che non è più quella della galleria e orienta verso luoghi di reale incontro dell’arte dove si può tornare a sognare una fusione di comunità, arte e genius loci, pubblico e artisti, dove la poetica dell’azione artistica diventa realtà a tre dimensioni.

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