Augusto Illuminati

Un mio antenato assisiate, Pietro Trapassi autotradottosi e più noto come Metastasio, aveva già presagito certe vicende attuali ed esaltato nel neoclassico Settecento la virtù dei Romani, tanto cara ai giacobini che rimisero in scena l’Attilio Regolo durante la Repubblica romana del 1799. La storia ci è stata tramandata con toni aneddotici e moraleggianti da Livio, Eutropio e Valerio Massimo: sconfitto e caduto prigioniero dei Cartaginesi, Regolo è rimandato in patria dopo 5 anni per trattare un accordo di pace, impegnandosi a tornare a sicura morte in caso di insuccesso.

Recita l’argomento: «E per la libertà di sì grande eroe sarebbe certamente paruta loro leggiera qualunque gravissima condizione: ma Regolo, in vece di valersi a suo privato vantaggio del credito e dell'amore, ch'egli avea fra' suoi cittadini, l'impiegò tutto a dissuader loro d'accettar le nemiche insidiose proposte. E lieto d'averli persuasi, fra le lagrime de' figli, fra le preghiere de' congiunti, fra le istanze degli amici, del Senato e del popolo tutto, che affollati d'intorno a lui si affannavano per trattenerlo, tornò religiosamente all'indubitata morte, che in Africa l'attendeva: lasciando alla posterità un così portentoso esempio di fedeltà e di costanza». Si precipita pertanto verso la botte chiodata, esempio di romana magnanimità e fedeltà ai patti, contro la punica inaffidabilità e crudeltà. Soggetto amatissimo per il melodramma, evvai!

In Metastasio la figlia Attilia si batte acciò che il Senato non restituisca l’ostaggio, ma il tribuno Licinio, pur innamorato della ragazza, prende un fiero cipiglio, rappresenta il potere e dichiara non essere colpa sua se lo sventurato suocero cadde prigioniero. L’astuta ragazza decide allora di rivolgersi «al popolar soccorso», insomma all’opinione pubblica, stampa, cinguettii, tv, partiti (chissà se stavano sotto elezioni, comunque una volta all’anno almeno gli toccava). Regolo si pronuncia per il rigetto delle proposte di pace, malgrado le sollecitazioni dell’ambasciatore cartaginese che gli ricorda (senza crederci troppo) l’impegno a un rischioso ritorno, spinge addirittura il riluttante figlio Publio a votare in tal senso e il Senato accoglie quell’opinione negativa. In pieno stile repubblicano: «La patria è un tutto/di cui siam parti. Al cittadino è fallo/considerar se stesso/separato da lei» (atto II, scena1). Nasce ora il problema se mantenere o no il giuramento di rientrare a Cartagine.

Con l’amico console Manlio l’argomento è schietto: non puoi chiedermi di compiere un’indegnità per salvare la vita, apprezzo il tuo attaccamento ma «se amar mi vuoi,/amami da romano» (II, 2). Ancor più drastico con la figlia e il futuro genero Licinio: «Taci: non è romano/chi una viltà consiglia» (II, 4). Lo stesso ambasciatore cartaginese Amilcare, cui il suddetto figlio di Regolo, Publio, ha restituito l’amante, la sua schiava tunisina Barce (spacciata per nipotina di Mubarak), si commuove e si augura che Regolo tradisca la promessa. Entra in scena il popolo: «Roma tutta è in tumulto: il popol freme;/non si vuol che tu parta» (III, 1).

E il giuramento? obbietta scandalizzato Regolo, qui si vuol prevenire un delitto con un altro delitto. Ma i consoli convocano il collegio degli àuguri, presieduto dal ministro degli Esteri Terzi e composto dai colleghi della Giustizia e degli Interni. Il loro responso è che la controversia venga demandata a una giurisdizione internazionale e intanto Regolo resti a Roma. Amilcare propone un sotterfugio: scappa, così nessuno si prende la responsabilità, magari forniteci sotto banco qualche informazione sugli elicotteri taroccati della Finmeccanica e relative tangenti, così regoliamo certi nostri affari interni.

Incazzatissimo Regolo replica che non vuol rendersi «reo, profugo, mentitor», lui, come ogni romano, «vive d’onore» e «la sola viltà qui fa spavento» (III, 4). Manlio e Licinio litigano su opposte opzioni, difendendo il primo l’autorità senatoriale, l’altro la tumultuosa volontà popolare, ma Regolo, nella scena conclusiva, impone la sua scelta, rifiutando di contraddire un giuramento pur estorto in ceppi: lasciamo «questi d'infedeltà pretesti indegni./Roma a' mortali a serbar fede insegni». Si tratta di dare un esempio imperiale: «Ah conservate/illibato il gran nome; e voi sarete/gli arbitri della terra; e il mondo intero/roman diventerà».

Altri, tempi, altre repubbliche, altri marò. Dal melodramma eroico si è scivolati nella farsa bocconiana. Terzi auspica il nostro intervento in Siria e magari pure in Corea (non facciamoci mancare niente) e poi imbroglia e inciucia su licenze ed estradizioni. Eppure in casi analoghi (strage del Cermis, assassinio di Callipari) ci eravamo trovati dall’altra parte della barricata e avevamo invano chiesto l’estradizione dei responsabili, regolarmente negata con argomentazioni pseudo-giuridiche. I potenti Usa esibirono arroganza, i servi italici usano l’inganno.

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4 Risposte a Reminiscenze scolastiche

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