Andrea Cortellessa

Finalmente Germano Lombardi torna un autore che si può vedere. Anche se, considerando lo stato delle nostre librerie, un po’ tocca aguzzare la vista. Se quest’opera di rara compattezza è comunque rientrata nel campo ottico, il merito è di due realtà culturali liguri (Lombardi era nato a Oneglia nel 1925): la storica rivista savonese «Resine», che nel 2010, per iniziativa di Pier Luigi Ferro, gli ha dedicato un ricco numero monografico; e la casa editrice genovese Il Canneto, che lo stesso anno ha ripubblicato un suo romanzo del ’77, Villa con prato all’inglese (se ne è occupato Luigi Weber sul numero 5 di «alfabeta2»), e dà ora alle stampe il suo primo libro, Barcelona, del climaterico ’63. Piccolo o grande contrappasso: per chi da subito – ventenne aveva preso il mare su un peschereccio sull’Atlantico – si presentò come un cosmopolita, un apolide, un déraciné.

O meglio, come si dice dalle sue parti, un «madrogne» (l’emblema d’inquietudine del mare tornerà nel suo ultimo romanzo, L’instabile Atlantico, uscito un anno dopo la morte, caduta a Parigi nel 1992). Certo la sua narrativa, come la salutò Angelo Guglielmi all’esordio, ha anzitutto il pregio di non essere «provinciale». E non tanto, ovviamente, perché l’opera prima si snodi fra Londra, Parigi, Port Bou e la città che le dà il titolo; ma perché da subito appare sintonizzata sulle coordinate del nouveau roman e, in generale, della grande sperimentazione narrativa di quegli anni. Molta parte della critica ha insistito sulla derivazione dall’école du regard, e certo vi fa pensare l’insistenza di Lombardi sulla visività (sin dai titoli: L’occhio di Heinrich, 1965; La linea che si può vedere, 1967). Un incipit come quello di Barcelona («Il battente si aprì sul marciapiede di asfalto. Si vedeva una casa grigia alta cinque piani, c’era una finestra aperta e nel vano c’era una donna. Si vedeva il suo busto, la testa, una mano stretta allo stipite, i capelli crespi e gli occhi, le pupille nere e fisse, la pelle pallida del viso») pare in effetti un manifesto.

Ma altri elementi di questa scrittura rinviano a differenti tendenze del tempo. Si noti intanto la puntigliosa impersonalità della «panoramica»: anche quando la percezione è attribuita a un personaggio, per lo più il laconico protagonista «Giovanni Zevi» (alter ego destinato a tornare in altri romanzi), per lo più si legge: «Si vedeva», e più avanti, ossessivamente: «Si poteva vedere” ecc. Dato che parte integrante della storia si svolge sul treno che porta Giovanni Zevi da Parigi a Barcellona, più che Robbe-Grillet viene allora in mente Michel Butor con la sua Modificazione (1957): quello straniamento dell’affair che Butor otteneva narrando in seconda persona, risulta qui accentuato, e insieme in qualche modo dissimulato, dall’insistita impersonalità delle (scarne) azioni e delle (minuziosissime) osservazioni.

L’atto di vedere, che per tradizione rinvia al controllo razionale da parte del soggetto, si sposta così in una dimensione imprecisa, «sfocata». Come quella di un ubriaco che catatonico «si fissa» su certi oggetti: senza motivo, e senza che essi riescano a comunicargli (e comunicarci) alcunché. Pensando a un altro capolavoro di quegli anni, il Giovanni Zevi di Lombardi assomiglia in questo senso al console Firmin di Sotto il vulcano di Malcolm Lowry (1947, ma tradotto da Feltrinelli – lo stesso editore, allora, di Barcelona – nel ’61): un Lowry, s’intende, attutito, smorzato, accuratamente disepicizzato.

Non meno importante della vista è poi, in Lombardi, l’udito. Nello straniamento assoluto cui sono sottoposte le sue trame un ruolo rilevante lo giocano i rumori: suoni sordi, soffocati, incomprensibili e illocalizzabili. Gli stessi dialoghi, molto frequenti (a Lombardi si deve una ricca, e tuttora parzialmente inedita, produzione teatrale), sono smozzicati e frammentari. Non si sa bene chi dica cosa, le frasi non si concludono; tutto si sfarina in un continuo mormorio/blaterio, una sottoconversazione atonale. Come notava Giulio Ferroni in un importante saggio su Lombardi del 1974, è questo un motivo beckettiano (che torna anche nel primo Malerba): e davvero l’autore di Barcelona pare il più assiduo interprete, da noi, di quello che Gabriele Frasca ha definito lo stream of perceptions dei personaggi di Beckett.

L’effetto, lo si accennava, è quello di un assoluto straniamento. L’azione vagamente da spy story del romanzo – il progetto di un attentato al governatore franchista della Catalogna, alla vigilia della presa del potere di De Gaulle in Francia – è ricacciata nell’insensatezza d’una musiliana «azione parallela»: le ultime, splendide pagine abbandonano Giovanni Zevi per «inquadrare» una barca di pescatori dalla quale assistiamo allo scatenarsi di una tempesta che spazza via ogni ipotesi d’azione sensata, progetto o complotto che sia. E si aprono, proprio come L’uomo senza qualità, con una virtuosistica descrizione meteorologica dell’accumularsi delle nubi sul mare. L’occhio s’inabissa, il libro si chiude.

Germano Lombardi
Barcelona
Il Canneto (2012), pp. 168
€12,00

Share →

2 Risposte a Barcelona

  1. Massimiliano Manganelli ha detto:

    Finalmente!

  2. […] [ articolo comparso in https://www.alfabeta2.it/2013/03/17/4168/ ] […]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi