Tracce di un dio distratto

Christian Caliandro

La mostra personale di Maria Lai presso la Nuova Galleria Morone di Milano ci immette gradualmente in un universo creativo molto diverso da quello a cui siamo abituati, e che regola l’andamento dell’arte contemporanea da un quarantennio a questa parte. Non nei materiali, che in molti casi sono gli stessi – carta, tessuto, filo, terracotta, cemento, legno, velluto. Ma nella sua articolazione, nel funzionamento stesso, nella struttura narrativa.

È un universo molto solido, compatto, al tempo stesso non ripiegato su se stesso, per nulla autoreferenziale ma aperto e disponibile al contatto con il mondo esterno; un universo in cui la materia dialoga con le figure simboliche che si imprimono in essa e la modellano – come avviene in Muro (1989-‘90), in cui lentamente scopriamo i personaggi che morbidamente piegano la durezza del cemento delle mattonelle, sviluppando e facendo vivere così la storia a partire da una presenza così paradossale e inspiegabile. Queste figure, questi fantasmini e piccoli dei prelevati dalla mitologia sarda affermano la loro presenza credibile proprio attraverso questa presenza impossibile, il loro essere ricavate e non scavate da una materia che non le ammetterebbe, ma che le accoglie con grande naturalezza e felicità.

I racconti sono al centro, infatti, di questa sapiente attività manuale sviluppata con pazienza, sollecitudine, profondità e tenerezza nell’arco di decenni. La manualità (il mezzo) e la narrazione (il messaggio), strettamente intrecciate e sovrapposte, sono profondamente arcaiche. Arcaiche come perennemente nuove e inattuali, nel senso dei versi di Poesia in forma di rosa (1964) che Pasolini faceva recitare a Orson Welles ne La ricotta: “Io sono una forza del passato. / Solo nella tradizione è il mio amore. / Vengo dai ruderi, dalle chiese / dalle pale d’altare, dai borghi / abbandonati sugli Appennini e sulle Prealpi / Giro per la Tuscolana come un pazzo, / per l'Appia come un cane senza padrone. / O guardo i crepuscoli, le mattine / su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo, / come i primi atti della Dopostoria, / cui io assisto, per privilegio d'anagrafe, / dall'orlo estremo di qualche età / sepolta.”

Maria Lai_La leggenda del Sardus Pater (1990) 2In queste opere, non c’è alcun senso apocalittico: o meglio, il Dopostoria e la post-apocalisse vengono raccontati costantemente come nuovo inizio, come superamento della storia e ingresso nel “tempo puro” del mito. Le narrazioni di questi raffinati ricami sono, inoltre, sacre: si tratta di mitologie e di cosmogonìe, di mappe stellari e geografie mentali, come nel caso della splendida Storia universale (1982), de I luoghi invisibili (1988) o di Geografia (1994).

Di fatto, è come osservare cartoni animati paleocristiani, o di qualche civiltà futura che abbia ristabilito un contatto sano con il mondo, con l’ambiente in cui vive, con il proprio passato e il proprio presente. E assistiamo anche a uno stranissimo, inedito e affascinante incontro tra Burri e il Kubrick di 2001: odissea nello spazio (entrambi gli artisti esercitarono una grande influenza negli anni Sessanta su questa unica scultrice-tessitrice), sorta di via alternativa al poverismo in cui il livello autobiografico e quello collettivo collassano e precipitano l’uno nell’altro, producendo continuamente senso “umano” invece di annullarsi a vicenda in un gioco a somma zero.

In questo senso, il fulcro della mostra è probabilmente la Leggenda del Sardus Pater (1990), libro in tela e tessuto su cui il filo “cuce” una storia possibile del mondo agganciata all’antichissima tradizione culturale della Sardegna. La storia di questo dio intimo e “distratto”, che scende sulla Terra e stabilisce un rapporto affettivo e duraturo con la forza civilizzatrice delle donne, calandosi nella realtà per poi fuoriuscire da essa verso gli spazi siderali quando la sua missione è compiuta, è anche una straordinaria Bibbia personale. E insieme, forse, la “summa” dell’intera opera di Maria Lai.

Maria Lai – Tracce di un dio distratto
a cura di Manuela Gandini
Nuova Galleria Morone, Via Nerino 3 – Milano
Fino al 27 aprile 2013

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