Alice Gussoni

A volte capitano innamoramenti artistici che segnano l’intera carriera di un autore, come quello avvenuto tra Mario Martone ed Edipo, che ha accompagnato il percorso del regista attraverso gli anni: da Eschilo a Sofocle, ognuna delle tragedie di cui è protagonista è diventata parte del suo repertorio, fino a La Serata a Colono di Elsa Morante, che ha debuttato in prima assoluta al Carignano di Torino, nel cui testo sembra aver trovato la radice della sua ricerca sul personaggio.

La storia questa volta è ambientata in epoca contemporanea, e ha come protagonista un vecchio moribondo, malato di delirio allucinatorio: Edipo non è più un ex-tiranno scacciato dal trono, ma un benestante reduce dalla guerra, da cui torna irrimediabilmente danneggiato dalle atrocità cui ha dovuto assistere. A interpretare un ruolo così difficile, sia per la forte densità emotiva che deve sprigionare, sia per la completa immobilità che deve sostenere per quasi due ore, è Carlo Cecchi. La sua enorme prova d’attore poggia sulla sola voce, con cui modula i suoni riuscendo a rendere viva ogni parola: un volta pronunciata ognuna di esse sembra quasi essere lasciata libera di esprimere la propria natura animalesca, la stessa che sprigiona dal testo originale. Solo la poesia è in grado compiere una simile impresa, e saper tradurre il senso di un testo scritto in metafora visiva è una elaborata operazione di trasfigurazione. In questo si condensa la sfida accettata dal duo Martone/Cecchi, che portano in scena questo testo dopo 45 anni dalla pubblicazione nel 1968 del volume che lo contiene, Il mondo salvato dai ragazzini.

Edipo, giunto alla sua ultima tappa, si presenta legato a una barella come un Cristo insofferente, esposto nella corsia di un ospedale psichiatrico e affiancato solo dalla figlia adolescente Antigone. Lo spazio agito è quindi diviso per metà spettacolo tra una ionosfera, dove respira il pubblico e la massa indefinita dei degenti, che formano un Coro disaggregato che si muove in platea, e una stratosfera, dove i due protagonisti sembrano galleggiare in una semioscurità interrotta solo a tratti da un globo di luce accecante. I restanti apparati scenici consistono esclusivamente in speaker audio, che fungono da barella, da seggiole, da panche, e da cui vengono diffuse le invocazioni dei folli. La loro disposizione, volutamente disordinata, crea un’entropia sonora di notevole impressione che apre delle cesure nette, quasi meccaniche, che vanno a spezzare le declamazioni del moribondo. L’effetto acustico che deriva dal suono amplificato crea uno sdoppiamento delle fonti sonore che confonde l’orecchio, preparandolo ad accogliere le rivelazioni di Edipo, il veggente cieco.

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È in questo ribaltamento metaforico che si cela il nucleo attorno a cui si costruisce l’intera epopea degli edipi martoniani. Se, come sembra dimostrarsi nello spettacolo di Martone, non esiste alcun spirito divino, e quindi fosse solo la legge dell’uomo a compiere il destino di ognuno, allora diventerebbe evidente come il povero pazzo, affetto da delirio allucinatorio e legato a una barella, altri non è che l’unico uomo savio sulla Terra: sono gli Arturi e le bombe che invoca a provocare in lui un dolore così forte da portarlo alla follia. Il rifiuto di tanta crudeltà si riversa in un oscuramento volontario, come si trova scritto anche nel testo originale di Sofocle, quando egli dichiara di essersi cavato gli occhi “per non vedere mai più il male”.

Vicino a lui Antonia Truppo è un'Antigone misericordiosa, piena di amore incondizionato, come solo quello degli animali sa essere: in essa ritroviamo il candore di un Ninetto di pasoliniana memoria, a cui si fa riferimento in modo esplicito nel testo (l’Edipo/Cecchi la chiamerà proprio Ninetta a un certo punto), ma non solo. Antigone è la pastora che fino all’ultimo tenta di salvare Useppe dalle crisi epilettiche, è la piccola madre/amante di Arturo. In lei si condensa quella gioia di vivere cieca, che la Morante ha sempre creduto di poter ritrovare fra le bestie, come fra i ragazzi.

Ecco che allora quel grande disco luminoso, il dio Febo, che Martone fa scendere più volte a illuminare la scena, ferisce gli occhi come la verità che illumina: le porte che si aprono attraverso dei tagli di luce sul fondale scuro, sono passaggi per un aldilà che porta solamente negli interrati dell'ospedale. Le ombre che si muovono minacciosamente sul fondo sono quelle dei portantini, guardiani di un ordine costituito che non perdonano alcun dissenso. Anche il Dottore, qui reso da Rino Marino, che dovrebbe essere il Teseo che offre la sua ospitalità nella sacra Colono, altri non è che un automa meccanico, mentre la suora, interpretata da Angelica Ippolito è Giocasta, dispensatrice di una morte a lungo invocata.

Non vi è traccia di pentimento per la blasfemia compiuta nei protagonisti di Martone, in essi non alberga pietismo, né rimorso, ma solo ira, quella di chi è condannato all’impotenza. Il mito incarnato da Edipo ha in se una forza rivelatrice che il teatro di Martone riesce a cogliere proprio nel suo essere matrice generatrice di altri miti. Ne La Serata a Colono si ritrovano tutte quelle premesse già presenti nelle opere precedenti: non esiste alcuna salvezza nell’aldilà, perché l’unico mondo possibile in cui cercare di redimere la propria coscienza è quello reale. Ma anche in questo caso la pace interiore arriva solo con l’annullamento del sé, perché la crudeltà compiuta resta senza redenzione.

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2 Risposte a Edipo o dell’innocenza perduta

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