Tiziana Migliore

Vivere in un mondo altamente informatizzato non è detto sia un bene. Il rumor impedisce la concentrazione; cerca il luccichio dell’evento, non vuole acume. Che cosa abbiamo capito dei cambiamenti in Fiat dall’anno dell’alleanza con Chrysler? È curioso, ma il nostro rapporto coi mass media ricorda la relazione fra i politici italiani e la società: pratica dell’ascolto distratto e di una parola sputata, unilaterali. L’annuncio dura pochi secondi, come uno spot che vende un nome o un marchio. Spentosi il clamore, l’informazione, placida, torna nel sommerso. Sensazioni, non contenuti. Poi ci chiediamo perché i programmi elettorali abbondino di slogan – democrazia, diritti, libertà – e manchino di idee concrete per inverarli…

Un artista ex carpentiere, Sandro Mele, studia le condizioni di lavoro nelle odierne fabbriche. Fino al 16 marzo, a Venezia, la galleria Michela Rizzo ospita la sua lettura del modello Fiat, The American brothers. O quando è arte, perché restituisce l’esperienza da un punto di vista, de-automatizzandola (tratto che non è tipico dei mass media). Il resto sarebbe bene chiamarlo effimero. La focalizzazione del tema è interna. Filmati, disegni, fotografie e pitture raccontano, con adesione identitaria, i rischi di implosione di una strategia. Fra i dipinti c’è un doloroso rilevamento. L’epitaffio “Art. 1. L’Italia era una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, sovrascritto in marron sull’enunciato bianco “Per i diritti di chi lavora Lotta di classe”, funziona per connessione con garze sovrapposte a carte da imballaggio. Fiat e Chrysler, divenuti fratelli, sperimentano una stretta parentela, senza prole. Si ritiene che l’industria possa stare sul mercato barattando i suoi utili con il benessere dei propri dipendenti, e dunque con il credito che ha presso di loro. Quanto a lungo?

Sandro Mele, The American brothers

Sandro Mele, The American brothers (allestimento)

La mostra, a cura di Raffaele Gavarro e con gli interventi di Ennio Colacci per le basi musicali e Roberto My per i video, è una variante estesa dell’opera di Mele Fratelli d’Italia (2011), un box di manganelli tricolore, deputati alla cultura del controllo e della prevaricazione. Ora The American brothers sembra destituire, insieme alla bandiera, i diritti sanciti nella Costituzione. Eppure, di prove che l’efficienza non sia direttamente proporzionale a un alto numero di cassintegrati, Mele ne ha fornite. Anzi, ha cominciato a interessarsi al problema da un caso virtuoso, quello della FaSinPat (Fabrica Sin Patrones), messo in forma nella mostra speculare Lucha (2010). FaSinPat è un’impresa di ceramiche argentina chiusa nel 2001, a seguito di un’ondata di licenziamenti, e acquisita dagli operai, che con l’avvio di un’autogestione, hanno invertito la tendenza negativa e si sono espansi, sino a finanziare la costruzione di una clinica pubblica. Non si è verificato in Italia.

Riattivando lo spazio della galleria, l’artista installa il visitatore davanti a un paradosso: nel corridoio d’entrata, a sinistra campeggia un gigantesco ritratto frontale di Gramsci, a carboncino (Antonio Gramsci). Gli occhi sono coperti da un rettangolo bianco, una benda sui cui è inscritto, a caratteri tipografici, il motto “ogni movimento rivoluzionario è romantico per definizione”. È lui ad aver respinto i tentativi di Agnelli di assorbire in Fiat il gruppo dell’“Ordine Nuovo”, che “sosteneva un ‘americanismo’ accetto alle masse operaie” (Quaderno 22, 1934, p. 2146). Gramsci, e Pietro Mosso (Carlo Petri), non contestarono mai i processi di razionalizzazione e più perfette organizzazioni del complesso aziendale, ma intervennero contro la proposta della Fiat di gestione in forma cooperativa. Temevano che la classe operaia sarebbe diventata “un appendice dello Stato borghese” (Quaderno 1, § 57 nota 5, pp. 2500-2501).

Storyboard (800x494)

Sandro Mele, Storyboard

Per ideologismo, ignaro delle conseguenze. La parete opposta, verso dove mira Gramsci, accoglie uno Storyboard a strati di disegni a tempera e carboncino, con figure e calligrafie di protesta: adiuvanti (falce e martello, megafoni, amplificatori) e opponenti (spranghe, bavagli neri). In mezzo a teste mozzate e a bocche zittite, di nuovo Gramsci con la benda, priva della frase. Era un combattente il destinante e sanzionatore della lotta nella gigantografia. A lui tocca riconoscere lo status quo; a noi la variabile maggiore, la ritorsione delle scelte (non) prese allora. La esemplifica, in fondo al corridoio, la foto beffarda dell’operaio con la felpa FIOM e la maschera di Marchionne (Unfair Play). Un’immagine “mitica”, ardua conciliazione di contrari (Lévi-Strauss). Fiat, oggi, è un corpo disarmonico: la Società per Azioni che interessa a Marchionne conquista l’America, con il titolo Chrysler e una newco olandese quotata in Borsa. Quanto a lungo? L’azienda manifatturiera, per cui l’Italia era apprezzata e che sta a cuore agli operai, precipita negli stabilimenti nazionali, ma trasloca in Polonia, in Serbia e in Cina.

Nelle altre sale le testimonianze video di un metalmeccanico anonimo, di un giornalista, Paolo Griseri, e di un responsabile FIOM, Giorgio Airaudo, esprimono il disagio della convivenza fra culture che non pensano il lavoro nello stesso modo. A Griseri e Airaudo si devono due stimabili analisi per Einaudi, rispettivamente La Fiat di Marchionne (2012) e La solitudine dei lavoratori (2012). Fiat, per trasformarsi, ha risanato Chrysler, che ha finito con l’imporre le sue ricette di funzionamento: l’impegno a non scioperare. Una stranezza esotica divenuta clausola di responsabilità del nuovo contratto aziendale. La mostra convince che non si forza un’impresa di uomini, italiani o stranieri, a oscillare come Piazza Affari. E lascia col dubbio se non fosse stata meglio l’“appendice dello stato borghese” ieri dell’organo espianto oggi.

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4 Risposte a The American brothers

  1. bibliomatilda ha detto:

    Nell’ordinamento borghese della società e nella nostra repubblica fondata sul lavoro, esso, il lavoro, è indubitabilmente un “bene” che viene da una parte ceduto e dall’altra “utilizzato”. Non sono un’esperta del pensiero gramsciano ma ritengo che la distinzione tra capitale e lavoro dovesse essere chiara e definita, la forma cooperativa, con la partecipazione degli operai stessi, dunque, non adatta alla gestione di una grande fabbrica, della più grande fabbrica italiana dell’epoca. “appendice dello Stato borghese” o “organo espianto”, mi pare faccia pochissima differenza, quasi nulla. “Organo espianto” che, ora, si pretende funzioni a tratti, a comando, a richiesta, a necessità dell’espiantatore. E non è solo la Fiat ad avere esportato l’attività produttiva in Polonia, Serbia e Cina, così come il “lavoro” non perde certo il suo valore solo in Italia. Una classe politica che consideri questi problemi come prioritari potrà esistere ancora? Che provi a modificare questi meccanismi apparentemente automatici, affinchè non si reintegri solo il lavoro dalla sua condizione di “organo espianto” ma anche la politica?

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