Letizia Paolozzi

Ho ascoltato la notizia delle dimissioni di Benedetto XVI sentendomi invasa da uno stupore felice. A colpirmi sono state le parole con le quali ha spiegato la gravità del suo atto ma soprattutto la qualità del messaggio simbolico.

Che se si tratti di un gesto rivoluzionario, dell’inizio di un rinnovamento della Chiesa, della riforma dell’istituzione, del rifiuto dell’ipocrisia, della ricerca di autenticità nell’umiltà oppure dell’ammissione di una incapacità a far uscire la Chiesa dalle sue fragilità (Vatileaks, i guasti di istituzioni finanziarie come lo Ior, le lotte intestine, la scoperta dei casi di pedofilia, la distanza sempre più grande tra i dogmi sulle questioni eticamente sensibili “non contrattabili” e la secolarizzazione dei paesi occidentali), per me quello che conta è l’enormità della rottura simbolica: aver deciso di dire al mondo (e io in questo mondo abito e ne sento gli scricchiolii, ne vedo le falle) una parola viva sulla crisi dell’autorità e del potere.

Se il predecessore, Giovanni Paolo II, aveva legato il pontificato al carisma e alla esibizione di una forza comunicativa impressionante, ora Benedetto XVI decide di nominare la debolezza di un uomo. La sua debolezza. Ma in questa maniera il gesto di rinuncia – le dimissioni – si trasforma in accettazione di altissima responsabilità. Così il riconoscimento della vecchiaia e del deperimento della carne è risuonato alle mie orecchie come una affermazione coraggiosa. Un discorso portatore di libertà, condotto in latino.

Non vi sembri curioso l’apprezzamento di una femminista per chi scrisse “La lettera ai vescovi sulla collaborazione dell’uomo e della donna”. Quella Lettera aveva comunque presente la differenza sessuale e la capacità relazionale femminile. Apriva a un rapporto diverso con la trascendenza da parte dei due sessi.

So bene che nel suo pontificato Benedetto XVI ha contrastato le coppie gay e lesbiche, l’uso del preservativo e ha insistito sui “principi non negoziabili”, tuttavia gli sono grata di aver negato, ancora ieri, all’Angelus, in piazza San Pietro, davanti alla folla di fedeli, che la vera realtà sia il potere. Penso che rinunciare significhi ridare umanità a un papato che se ne è chiamato fuori. E inventare un altro modo di governare (non solo della e nella Chiesa).

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3 Risposte a Stupore felice

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