G.B. Zorzoli

Il film andato in onda il 24 e il 25 febbraio ha riproposto in parte un copione già visto. Come nel 2006 il centro-sinistra ha visto il largo margine di vantaggio iniziale logorarsi progressivamente nel corso della campagna elettorale, e alla fine è riuscito a spuntarla per un pelo al fotofinish (oltre tutto, solo alla Camera).
Questa volta la rincorsa del centro-destra si è però realizzata adottando il passo del gambero. Più che i cali percentuali, sono significativi i voti persi complessivamente dai due schieramenti: circa 11 milioni rispetto al 2008 (quando si parla di “successo” di Berlusconi, vanno messi nel conto i 6 milioni di voti su 11 di spettanza del PdL). In parte minore dovuta ai cali di votanti, questa vera e propria frana è stata soprattutto provocata dalla parte completamente nuova che nel film ha recitato il Movimento 5 Stelle, non a caso al centro di gran parte delle pensose valutazioni dei media e dei politologi di passaggio.

Valutazioni che per lo più mi hanno lasciato perplesso. Per una circostanza affatto occasionale, ho trascorso un’intera serata a discutere di alternative energetiche con una trentina di candidati del M5S. Di conseguenza, mi riesce difficile rinserrare le opinioni che ho tratto da questa esperienza entro gli schemi interpretativi, anche i più articolati, che ho letto a valle dei risultati elettorali.

Temo che l’età media degli osservatori esterni renda alquanto ostico cogliere l’universo grillino in tutto il suo spessore e nella sua, non solo ostentata, diversità. Onestamente, anch’io non penso di essere andato oltre qualche intuizione. Contro questo limite rischia di infrangersi anche la peraltro generica apertura manifestata dal PD (già parlare di scouting è stato un errore madornale). Generazionalmente parlando, in teoria potrebbe riuscirci uno come Renzi, ma la sua eventuale leadership trasformerebbe il PD nella versione XXI secolo del Labour di Blair, difficilmente accettabile dal M5S, al cui interno non mancano difformità di opinioni, ma comune a tutti è l’istintiva capacità di annusare la riverniciatura fatta frettolosamente per rifilarti come nuova la merce usata.

D’altronde, se la situazione parlamentare sembra a rischio paralisi, nel paese la partita è stata raramente così aperta e in movimento. Anche se nessuno, nemmeno il M5S, dispone di una bussola affidabile. Le novità che esso ha portato in un sistema politico sclerotizzato, sono infatti ambivalenti. La molteplicità delle esperienze e delle opinioni che circolano al suo interno, proprio perché prive di una sufficientemente lunga storia in comune, corrono il rischio di tradursi in un caos progettuale e organizzativo; da qui la tentazione, forse la necessità, di accentuare il controllo da parte del vertice. Riproponendo l’infelice uscita di un leader del ’68, una stretta bolscevica per salvare il movimento, col risultato, probabilmente, di strangolarlo nella culla.

D’altra parte l’assenza di interlocutori esterni, credibili perché in grado di leggere senza lenti deformanti la realtà sottesa al M5S (che non è non interpretabile con strumenti analitici tradizionali), aumenta la sua tendenza all’autoreferenzialità e all’autocompiacimento, già amplificati dal successo elettorale. E delle vertigini del successo (famigerata metafora staliniana) sono lastricati i peggiori disastri dei movimenti di sinistra (o sedicenti tali) nel corso del XX secolo.

A scanso di equivoci, il M5S non è classificabile di sinistra (e nemmeno di destra), ma questa non appartenenza alle classificazioni tradizionali non riduce affatto il pericolo che ripercorra gli stessi errori di troppi movimenti radicalmente innovatori. Ipotesi nel caso specifico particolarmente catastrofica, perché per la seconda volta in meno di cinquant’anni sarebbe la generazione dei giovani a pagarne lo scotto e a patirne le delusioni.

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2 Risposte a Elezioni a 5 stelle

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