Enrica Petrarulo

Innanzitutto il titolo, assertivo come un enunciato, o come un comandamento: Ora non hai più paura, secondo spettacolo della Trilogia della gioia che il Teatro della Valdoca ha recentemente presentato al Teatro Palladium di Roma. Ci rimanda a una catarsi già avvenuta, e non escludiamo che una possibile interpretazione si possa addensare proprio sulla funzione, sull’esercizio di teatro e di sperimentazione, attraverso linguaggi impervi, di questa storica formazione del teatro di ricerca italiano, fondata agli inizi degli anni Ottanta da Mariangela Gualtieri e da Cesare Ronconi, che della Trilogia è anche regista. Insomma un teatro che pensa e cerca se stesso rappresentandosi. Prima di trarre conclusioni, però, conviene affrontare la scena di questo spettacolo, con musiche elettroacustiche e percussioni dal vivo, che si apre a tre acerbe figure femminili appena definite ma già differenziate, e alle quali la scelta dei costumi conferisce diverse intensità, fino all’androginia, secondo gli stilemi convenzionali di una riconoscibilità di genere.

I tre corpi si muovono in una scena rigorosamente divisa a metà tra panneggi neri e tendaggi azzurri, occupata da pochi e rudimentali elementi: dapprima in forma individuale e separati tra loro, sperimentando la libertà di dare forma al proprio desiderio attraverso coreografie cadenzate dal ritmo delle percussioni, quindi ciascuno entrando in relazione con l’altro. I movimenti cui, da un imprecisato punto di osservazione assistiamo, alludono a richieste inesauste di accoglienza, di trascinamento, in un gioco che non conosce seduzioni ma che si mostra inerme nella sua esposizione. Sono corpi che non si esibiscono in quanto non conoscono ancora, o non più, la paura di mostrarsi, di reclamare attenzione. Sulla scena questi corpi, come in una danza reiterata, si cercano e si affrontano, oppure si scontrano e si allontanano, sempre, però, con un malcelato desiderio regressivo, come di un ritorno al polimorfismo infantile...

Sono movimenti che nulla concedono alla rappresentazione di un codice di comportamento tanto adulto quanto convenzionale e nulla sembra ancora intervenuto a fare di quei corpi il campo di aspirazioni normative e normalizzate. Anche quell’incertezza, quell’ambiguità non del tutto risolta circa l’identità sessuale di una delle performer, ci riporta alla necessità di dover ripensare i limiti di una comunicazione tra i due generi, all’intransitività della loro relazione qualora non converga altrove che verso una narcisistica conferma, per entrambi, della propria identità.

Ma può il desiderio essere rappresentato? Possiamo dare rappresentazione di ciò che, per definizione, allo stesso modo che l’u-topia, è sempre differito e dunque irrappresentabile? Oppure, è individuabile una condizione nella quale è annullato lo scarto, la distanza, tra il desiderio e il piacere? Esiste un’età nella quale la pienezza dell’essere è compiuta ma inconsapevole? Mariangela Gualtieri nel suo “Sermone ai cuccioli della mia specie” (CD e libretto pubblicato dal Teatro Valdoca nel 2012) sembra individuare in una infanzia mitologica, ma già dissipata e corrotta per il tramite di noi adulti, la condizione che sola consente di annullare quello scarto. Dalla resa dell’età adulta per essere diventata ciò che nei primi anni di vita, ma con terrore, aveva ravvisato nei grandi (Adesso da qui, da questo esilio duro/da questo corpo con peso, da questa/mente ingombrante), l’autrice sferra la propria invettiva verso un’infanzia depotenziata e innocua, incapace di parlare il linguaggio iniziatico dei “Felici Pochi” (Voi che eravate purissima gioia/voi che eravate noi bloccati nella più grande bellezza/Voi, nostre divinità domestiche).

Così, al termine dello spettacolo, siamo ancora incerti se, quella cui siamo stati introdotti, sia una scena ante-quem, la scena germinale che precede l’esperienza del mondo, e dove tutto è ancora possibile, perfino la gioia, oppure un dopo: l’irreversibile esito, Ora non hai più paura, di una messa a fuoco critica della pervasività del potere, fino all’assedio e all’espropriazione del corpo; fino all’interdizione di manifestazioni pulsionali libere in quanto non economicamente orientate e, dunque, interdette.

Qualsiasi sia la risposta, proprio come Mariangela Gualtieri nel suo sermone, sottotesto qui utilizzato per la lettura dello spettacolo, conosciamo fin troppo bene l’irrilevanza della parole, tanto più quando, in sua assenza, è la potenza dell’essere a parlarci. Un filosofo ero, ma senza parole, un grandioso poeta analfabeta, un artista senz’arte.

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