Carlo Formenti

Fiscal compact, spending review e dismissione del patrimonio pubblico come linee guida di una corretta gestione dell’amministrazione pubblica e per una integrazione sempre più stretta nella Ue (cura tedesca); ulteriore abbattimento del costo del lavoro, decentramento della contrattazione salariale e liquidazione dei «riti della concertazione» (cura Marchionne); «semplificazione» delle regole del mercato del lavoro per attirare gli investimenti diretti esteri in Italia (cura cinese); subordinazione della didattica e della ricerca universitaria agli interessi delle imprese; privatizzazione dei sevizi pubblici e dei beni comuni; economia verde intesa non come altro, bensì come parte integrante dell’economia (leggi: orientata al profitto e non alla tutela dell’ambiente e dei territori).

Questo il programma politico dell’agenda Monti, che potremmo riassumere come il tentativo di far compiere un decisivo balzo in avanti alla controrivoluzione liberal-liberista nel nostro paese. Esiste una concreta possibilità che le imminenti elezioni possano frapporre un argine alla realizzazione di tale disegno? Francamente è difficile fondare tale speranza sulla probabile vittoria del centro-sinistra alla Camera. Sia perché, grazie all’attuale legge elettorale, rischia seriamente di essere castrata da un altrettanto probabile «pareggio» al Senato che, nella migliore delle ipotesi, obbligherebbe il Pd ad accordarsi con Monti per mettere in piedi un governo stabile, nella peggiore potrebbe propinarci un Monti-bis sostenuto da una nuova grande ammucchiata. Ma anche perché Bersani ha detto chiaramente che, pure in caso di vittoria, farà il possibile per accordarsi con il centro (nel qual caso sarà divertente vedere come se la caverà Sel, che oggi strepita contro Monti e il liberismo, ma domani dovrà rispettare il vincolo della leadership di Bersani). Infine, perché la politica economica dei governi italiani di centro-sinistra è sempre stata incline a seguire la «terza via» dei Blair e dei Clinton, piuttosto che ispirarsi alle scelte delle altre socialdemocrazie europee.

Si capisce quindi il motivo per cui molti amici e compagni che lamentano l’assenza di una sinistra in grado di rappresentare gli interessi delle classi subordinate vedano nell’astensione l’unica possibilità di testimoniare l’esistenza di umori antagonisti nel paese: meglio coltivare le esperienze di democrazia diretta e partecipativa (dai movimenti universitari alla No Tav, dai comitati per l’acqua alle occupazioni di luoghi pubblici dismessi) che perdere tempo in avventure elettorali?

È vero che le uniche alternative disponibili alle due versioni del «pensiero unico» che si fronteggiano nell’attuale campagna elettorale non suscitano entusiasmo. Il Movimento 5 stelle ha offerto il meglio (o il meno peggio) di sé finché ha dato voce alle frustrazioni della nostra striminzita «classe creativa», coltivando un’utopia di democrazia diretta e partecipativa mediata dalla rete, ma ultimamente è sembrato concentrare piuttosto l’attenzione sugli interessi della microimprenditoria, nel tentativo di strappare voti alla Lega e al Pdl (non a caso ha rivendicato sempre più spesso di non essere «né di destra né di sinistra», il che equivale a dichiararsi di destra).

Quanto al generoso ma abborracciato (anche a causa del precipitare della scadenza elettorale) tentativo di "Cambiare si può" ( ora diventato "Rivoluzione civile"), è evidente che si tratta di un progetto che avrebbe avuto bisogno di tempo per maturare fino a costituire un primo passo verso un’aggregazione federativa delle sinistre di classe, mentre, nel momento in cui scrivo, rischia di trasformarsi in un’occasione persa, in una specie di riedizione della lista Arcobaleno rafforzata da apporti giustizialisti.

Eppure esistono ugualmente valide ragioni per non astenersi. Penso, in primo luogo, ad alcuni elementi qualificanti contenuti nel programma di “Rivoluzione civile” – difesa del welfare e dei diritti sindacali, reddito di cittadinanza, rinegoziazione del debito pubblico, imposizione fiscale fortemente progressiva, no a operazioni di guerra e taglio delle spese militari, no alle privatizzazioni di beni comuni e servizi pubblici – che vale la pena di sostenere, soprattutto laddove verranno presentate liste coerenti con tale impostazione programmatica (un ragionamento che può essere fatto anche laddove le liste di centro-sinistra ospitassero compagni non disponibili a pateracchi con il centro). Perché rinunciare a priori alla possibilità di dare voce a un’opposizione degna del nome anche in Parlamento, senza dimenticare che il vero terreno di scontro sta in fabbrica, nelle scuole, nelle città e sui territori?

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2 Risposte a Costruire un’opposizione di sinistra

  1. Giuseppe Ricci ha detto:

    Comunque c’è sempre il Partito Comunista dei lavoratori che ha fatto un’intelligente proposta per ridurre il debito pubblico e far ripartire l’economia. Capisco che consideriate poco probabile che abbia rappresentanti in parlamento, ma chi lo vota avrà il vantaggio di non aver votato per questi indecenti maneggioni o peggio per un partito di destra (anche se si dichiara di sinistra).

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