Augusto Illuminati

Ma che razza di problema è la tortura in Italia? Li conosciamo bene i nostri veri problemi: mantenere o togliere l’Imu, smacchiare il giaguaro, lo spread, la moneta padana, il voto utile. Magari, sì, il sovraffollamento delle carceri, ‘sto tormentone dei radicali che adesso pure Napolitano ci ha messo bocca. Ma la tortura? Nella patria di Beccaria, per di più! mica stiamo a Guantanamo...

E invece il bel libro di Patrizio Gonnella, La tortura in Italia, ci viene a ricordare bruscamente che il nostro Paese rifiuta di includere il reato relativo nel proprio Codice, malgrado varie e sfortunate iniziative parlamentari che da ben 23 anni, sotto governi di centro-destra e di centro-sinistra, tentano di tradurre in legge positiva la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, pur ratificata nel lontano novembre 1988. Mentre si trovano agevoli maggioranze per un giusto divieto di maltrattamenti agli animali, non si riesce a concludere nulla per il ben meno rilevante divieto di tortura per gli uomini. E così la Cassazione ha dovuto, rammaricandosene, dichiarare prescritte, in assenza di una fattispecie specifica sulla tortura, le condanne per semplici lesioni inflitte a poliziotti e dirigenti per la macelleria della scuola Diaz e di Bolzaneto nel 2001.

Questo è stato l’episodio più clamoroso, ma la prescrizione è la regola non solo per la tenuità delle sanzioni per semplici atti di violenza e perfino per omicidi “colposi” ma per il ritardo con cui spesso i fatti vengono denunciati da detenuti a buon diritto esitanti a chiedere giustizia fin quando restano sotto il controllo dei seviziatori denunciati o dei loro colleghi. Più in generale, la riluttanza a introdurre il reato di tortura, procedibile in ogni caso d’ufficio (le lesioni lo sono soltanto se determinano danni superiori a 20 giorni di degenza), testimonia una malintesa riaffermazione della sovranità nazionale – crollata sul piano politico ed economico – proprio sul terreno più arretrato e moralmente discutibile.

Per usare le parole dell’autore, nel rifiuto di adeguazione alla norma sovranazionale si manifesta l’identificazione profonda di poliziotto e Stato, «in quanto il primo assicura la ragion di vita del secondo».Vi si aggiunge, terzo, il magistrato che dovrebbe controllare, chiudendo il cerchio dell’incensurabilità gerarchica «nel nome della sovranità intangibile e illimitata del potere punitivo».

Per un verso, Gonnella, forte di una lunga esperienza di tali temi quale presidente dell’associazione Antigone, distingue nettamente la tortura da altre forme di crudeltà, sopraffazione, degradazione e violenza, facendone un reato specifico dei pubblici ufficiali cui legalmente sono affidati soggetti privati di libertà, per l’altro estende tale definizione a tutte le forme di diminuzione o distruzione della dignità più ancora che del corpo della vittima, quindi a molte pratiche carcerarie riferibili a decisioni legislative e giudiziarie (l’art. 41 bis, l’arresto obbligatorio di consumatori di sostanze stupefacenti e di migranti clandestini, l’esclusione dei recidivi dai benefici) ma soprattutto all’esercizio indeterminato dei poteri di custodia.

Vi sono vessazioni, “legali” o arbitrarie, che umiliano o danneggiano fisicamente la vittima (interruzione del sonno, divieto di contatti con l’esterno o di lavoro, cella d’isolamento, ispezioni invasive, ecc.) in concorrenza o in associazione a punizioni corporali, spesso delegate ad altri detenuti, il tutto per tenere sotto controllo soggetti “riottosi” o per indurli a “collaborare”, secondo la modalità strumentale (mezzo per fini ulteriori) che è tipica della tortura a differenza del puro esercizio individuale di sadismo, che certo non scarseggia.

Lo scenario allestito nelle stipate prigioni italiane (già questa una sofferenza, ripetutamente condannata dalla Corte europea di giustizia, cinicamente messa in conto nell’uso della carcerazione preventiva) assomiglia talvolta a Guantanamo e Abu Ghraib, come l’officina artigianale sta alla grande fabbrica, ma la logica securitaria e intimidatoria è la stessa. Non dimentichiamo il sequestro Dozier, Genova 2001 e i recenti casi Uva e Cucchi. E teniamo d’occhio la Grecia, dove (esempio non contemplato dal libro, chiuso prima) la polizia ha diffuso le foto segnaletiche di quattro “sovversivi” indagati e vistosamente tumefatti a deliberato ammonimento dei facinorosi.

Un libro come questo è prezioso proprio in controtendenza all’imperante populismo penale che a destra pretende di tenere a bada il disagio sociale con un sovraccarico di criminalizzazione o si illude, in varie sfumature della sinistra, di combattere la corruzione con la retorica manettara e una restrizione del garantismo. In quest’ultimo caso, inquieta un’eccessiva presenza di operatori giudiziari e della sicurezza perfino nelle liste più alternative. Il faut défendre la société? Grazie, abbiamo già dato.

Patrizio Gonnella
La tortura in Italia
prefazione di E. Resta e postfazione di M. De Palma
DeriveApprodi (2012), pp. 143
€ 15

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10 Risposte a La tortura in Italia

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