Giuseppe Caliceti

Perché si va a scuola? Per trovare un lavoro da grandi. Sì, certo, ma se poi da grandi il lavoro non c'è perché siamo in piena crisi del mercato del lavoro, andare a scuola, allora, cosa serve? Risposta: a niente. O meglio: a tenere buoni alunni e studenti. Possibile? Sembra proprio così. Dunque, andiamo con ordine: negli ultimi venticinque anni si è fatta strada in Italia l'idea che la funzione principale dell'università e dell'intero sistema formativo sia fornire forza-lavoro al mondo del lavoro e dell'economia.

Un'idea forte, che ha messo al centro dei processi educativi il concetto di formazione (a breve termine), mettendo nell'ombra quello di educazione (a lungo termine). È un'idea derivata dall'unione fondamentalmente economica dell'Europa. Che ha trovato diversi adepti anche tra pedagogisti e politici, non solo legati al centrodestra ma anche al centrosinistra. Potremmo chiamarla un'idea di politica scolastica di matrice neoliberista.

Anche il linguaggio dell'amministrazione scolastica è cambiato: si è parlato di scuola-azienda, con tutto ciò che questo comporta in termini didattici e pedagogici. Si sono ripetute parole d'ordine come meritocrazia, sorvolando sulla funzione sociale e di uguaglianza delle opportunità di un sistema scolastico statale. Si è provato in ogni modo a proporre test sulla qualità delle scuole e della formazione utili più a ricerche di mercato che a e nuove strategie educative; ricordiamoci sempre che l'Ocse che misura i nostri ragazzi è un organismo economico, non filosofico o pedagogico.

La domanda che pongo è questa: che fine fa la visione di un'università e di una scuola che hanno come stella polare quello di creare forza-lavoro nel tempo della crisi del mercato del lavoro? Dove magari, come accade in Italia, il cui tessuto economico è fatto in gran parte di piccole aziende semiartigianali, il laureato specializzato è meno attraente di un lavoratore non specializzato, magari d'origine straniera e a basso costo?

Non sono domande nuove: negli Stati Uniti e in Inghilterra, quel sistema scolastico anglosassone che noi oggi cerchiamo di replicare fuori tempo massimo in Italia, è già sotto accusa e si sta correndo ai ripari. Intanto il risultato delle cattive politiche scolastiche messe in atto dagli ultimi governi italiani ha portato ai primi cattivi frutti. Uno: la scuola primaria italiana che era prima per qualità in Europa nel 2008, dopo la controriforma Gelmini è precipitata in classifica. Due: oltre 50.000 immatricolazioni universitarie in meno negli ultimi dieci anni; che è assurdo attribuire solo al calo demografico.

Occorre riflettere, specie nel centrosinistra italiano, sulla visione di scuola e università che vogliamo. Magari rivalutando quella pedagogia popolare italiana del Novecento non togata, che va da Gianni Rodari a don Milani a Loris Malaguzzi, che parlavano più di educazione - permanente, civile, della persona - che di formazione temporanea. E che mettevano la scuola al centro della vita sociale e democratica di un Paese, come suo cuore pulsante, piuttosto che subordinarla acriticamente a un mercato o a ideologie.

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6 Risposte a La scuola neoliberista

  1. bibliomatilda ha detto:

    Certo che è così! E, poiché non c’è lavoro, diventa inutile studiare, poiché un qualsiasi titolo di studio mica lo garantisce, il lavoro! Terrificante! La capacità di capire quello che avviene intorno a noi, nel mondo che abitiamo, il desiderio di contare in quel mondo non solo come braccia ma come idea, scoperta, parola che svela, che spiega, che racconta, tutto dimenticato dalla nuova politica scolastica…nuova…non proprio di ieri, per arrivare sin qui i passi sono stati diversi, ben distribuiti nel tempo.
    Monti ha confermato che nel suo programma è presente una misura che prevede degli assegni agli studenti (a tutti? è dunque diventato tanto ricco, lo Stato italiano?) per permettere loro di andare a frequentare un’ università lontana da casa! (l’ha detto, spero di non essere stata l’unica ad averlo sentito).
    Di cosa parla?

  2. Maria Napolitano ha detto:

    Perché si va a scuola? Piuttosto, perché educare? Qual è il fine ultimo della educazione?
    Come suggerisce Giuseppe Caliceti: occorre riflettere, sulla visione di scuola e università che vogliamo; rivalutando anche quei pedagogisti italiani non togati, che vanno da Gianni Rodari a don Milani a Loris Malaguzzi, che parlavano più di educazione – permanente, civile, della persona – che di formazione temporanea. E che mettevano la scuola al centro della vita sociale e democratica di un Paese, come suo cuore pulsante, piuttosto che subordinarla acriticamente a un mercato o a ideologie

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