Maria Cristina Reggio

I Pinocchi impersonati dagli adulti hanno spesso un aspetto comico e inquietante: provvisti di naso e gambe irsute che spuntano da bambinesche braghette, fanno pensare a un tipo ostinato nel suo sembrar bambino, un ridicolo Mangiafuoco peloso che si finge marionetta per andare a curiosare nel paese dei balocchi. Così anche quello che accoglieva, seduto sul bordo della ribalta, gli spettatori del Pinocchio della compagnia Babilonia Teatri, andato in scena al teatro Palladium di Roma era un adulto: barbuto, silenzioso e imperturbabile quanto assai perturbante, con un prominente petto nudo e naso di carta, aspettava che entrassero in scena, dopo gli ultimi spettatori e direttamente dalla platea, i veri Pinocchi del dramma a cui porgere una mano per aiutarli, letteralmente, a fare la loro salita sul palco.

Già, perché i Pinocchi adulti in questione, anche loro rigorosamente in pantaloni corti e petto nudo, erano tre attori molto particolari: si trattava infatti di tre persone uscite dal coma, che incarnavano nient'altro che se stesse, ovvero Paolo Facchini, Luigi Ferrarini e Riccardo Sielli, tutti componenti di una compagnia teatrale fondata all’interno di Gli amici di Luca, un'associazione onlus di volontari che da anni opera per sensibilizzare la società sul tema del risveglio dal coma e sull'integrazione di questi particolari cerebrolesi all'interno della comunità. Erano dunque non tre personaggi in cerca di autore, ma tre persone reali che cercavano, come protagonisti delle proprie storie e all'interno della cornice del teatro, spettatori che li guardassero e li ascoltassero nella realtà dei loro corpi diversi, "marionettizzati" da un trauma che li ha privati della naturale scioltezza di movimenti.

pinocchio

Il tema del loro narrare, come dichiarava la locandina, era il loro personale viaggio nel ventre buio della moderna balena che inquieta la nostra tranquilla (o presunta tale) quotidianità: l'oscurità del coma, anticamera della morte e del nulla, dal quale raramente si torna nel reale indenni e sorridenti come sembrano narrare le finzioni di tante soap televisive, perché più sovente, invece, il corpo recupera le sue funzioni molto lentamente e resta segnato da quel viaggio, portandosi dietro, nell'esistenza che segue lo stato di coma, i segni di una difficoltà di scioltezza motoria, gestuale e linguistica.

Siamo tutti Pinocchio?: questa, tra tante, la domanda centrale che si ponevano gli autori con questo spettacolo frutto di un laboratorio, e che auspicavano di rilanciare agli spettatori, che tuttavia non hanno saputo rispondere (poiché tutti sanno che certamente sono disgrazie che possono toccare a chiunque), ma le cui reazioni hanno destato non poche inquietudini (Cfr. Andrea Pocosgnich, Il Pinocchio risvegliato e lo spettatore commosso, in "Teatroecritica", 7 febbraio 2013). Infatti la risposta degli spettatori si è condensata per lo più in sommesse risate, per poi scrosciare in un unanime e definitivo applauso finale di tutti-in-piedi che ricordava la forma di quell'ultimo saluto-omaggio che oggi conclude sovente i funerali di vittime illustri nei luoghi di culto sempre più espropriati della loro muta sacralità.

Forse, in questo caso, un applauso ai nuovi eroi che, dopo un viaggio nel regno dei morti, hanno fatto ritorno alla vita. Premesso che sarebbe di scarsa utilità puntare moralisticamente il dito contro il cinismo degli spettatori in quanto rappresentanti di una società che ha perduto il senso del tragico, tuttavia lo stupore e l'imbarazzo di fronte a quell'incongruo riso generale di fronte ai tre Pinocchi usciti dal coma, induce a una breve analisi degli avvenimenti e a qualche considerazione. Per prima cosa le tre persone in questione che raccontavano se stesse in scena, non erano lasciate sole sul palco, ma, oltre al robusto Pinocchio (Luca Scotton) che a un certo punto issava in cielo uno dei tre con un "tiro" (facendo ammutolire per la preoccupazione l'allegra platea dell'improvvisato circo equestre), una voce interloquiva con loro per tutta la durata dello spettacolo.

Era una voce maschile di cui non si vedeva il corpo, ma di cui si intuiva la paterna nonché paternalistica autorità, proveniente dalla regia situata alle spalle della platea: la voce ben articolata del regista presentatore o conduttore (Enrico Castellani), di stampo televisivo, che con le sue domande-intervista strutturava i ritmi e le azioni della pièce, suscitando le battute parzialmente improvvisate dei tre Pinocchi e la conseguente ilarità dell'uditorio. Il contrasto tra la sua voce chiara e sciolta, normale, e quelle incerte e involute dei tre Pinocchi era potente e, proprio come accade in televisione nei format che richiamano la proverbiale “Corrida”, il dialogo falsamente friendly tra il conduttore e l'ospite nascondeva in realtà una tenzone tra i due, una lotta tra il reale e la finzione in cui il corpo degli aspiranti attori o cantanti scatenava, sul finale, l'ilarità del pubblico in funzione di quell'effetto comico che è stato ben definito da Henry Bergson nel suo saggio su Il riso, dove si legge che il riso è scatenato da «una certa rigidità di meccanismo, là dove si vorrebbe trovare l’attenta agilità e la vivente pieghevolezza» di una persona.

Una considerazione spetta anche al ruolo e al relativo set riservato al pubblico, poiché, essendo la platea lasciata per lo più in luce, gli spettatori del Palladium, privati del buio che ne protegge l'identità e la manifestazione delle emozioni, ubbidivano diligenti alle sollecitazioni del presentatore e degli "attori", recitando la loro parte di marionette-pubblico in quello strano set che è il teatro modellizzato dalle sit-com della tv, e ridevano mettendo a tacere la loro pietas di fronte a quei poveri Pinocchi che anche loro sarebbero potuti diventare qualora avessero attraversato lo stesso tragico destino.

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