Gian Piero Fiorillo

È stato detto più volte che Basaglia, mutuando il concetto di epoché da Husserl, decise di “mettere tra parentesi” la malattia mentale per dedicarsi alla condizione dei folli, persone in carne e ossa che vivevano in condizioni subumane nei manicomi.
In questa epoché concreta c’è forse il momento più alto di congiunzione tra la fenomenologia e il marxismo dell’ultima Tesi su Feuerbach: I filosofi hanno finora interpretato il mondo, adesso si tratta di cambiarlo. È un salto vertiginoso, in cui la nozione husserliana subisce una violenta e inattesa torsione che la scaraventa dalla sfera epistemologica a quella del farsi sociale.

La “messa fra parentesi” della malattia mentale comporta giocoforza quella della psichiatria, che Basaglia non considerava estranea all’istituzione asilare, né una sovrastruttura dotata di linee evolutive proprie, ma il polo scientifico di legittimazione dell’internamento, oltre che il polo di contraddizione non dialettica della follia. La psichiatria ha il compito di rendere razionale la follia riducendola a malattia, e quindi alla ragione medica come ragione del dominio di classe.

Scoperchiata la Pandora manicomiale e venute alla luce nefandezze come la malarioterapia, il coma insulinico, i bagni gelati, gli elettroshock di massa e molto altro, la psichiatria ha reagito omeostaticamente intorno a uno strumento forte, il Farmaco, il cui catalogo si è rapidamente arricchito dopo le prime scoperte. L’uso massiccio di sostanze e un corredo di narrazioni consolatorie hanno permesso alla psichiatria di mitigare l’impatto sociale del crollo del modello segregazionista e ripresentarsi quale garante credibile del controllo della follia, confinando lo scandalo manicomiale entro una storia diversa, antiquata, nel tempo del C’era una volta.

Lo stesso Farmaco ha sviluppato una narrazione di successo. Ne sono elementi costitutivi: la modernità dello strumento; le reiterate promesse di efficacia terapeutica e riduzione degli effetti avversi; una enfatizzata affiliazione alle neuroscienze; la confusione fra specificità degli effetti biochimici e specificità terapeutica (ovvero la favola di avere trovato un farmaco per ogni malattia mentale); la produzione di una manualistica subalterna al prontuario farmaceutico; la diffusione di credenze infondate tramite i media; un costante lavoro porta a porta presso gli studi medici, ecc.

Nessuno ha sentito il bisogno di riaprire pubblicamente le parentesi basagliane. Il tempo, l’oblio e gli slittamenti del quotidiano ne hanno favorito il “naturale” allentamento mentre le narrazioni ufficiali sedimentavano in rinnovellata ideologia terapeutica.

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5 Risposte a Gabbie mobili

  1. Maria Napolitano ha detto:

    La cambiale più salata l’hanno pagata i pazienti che sono passati da una gabbia all’altra…e, a quando la soluzione?

  2. ornella ha detto:

    Eppure dentro quella parentesi c’è tutto un mondo di sofferenza, di dolore, angoscia, di tanti utenti e familiari, e se il dibattito non si è riaperto pubblicamente questo non vuol dire che non sia presente nelle coscienze di chi lavora con la follia. Purtroppo nei servizi, almeno, quelli romani manca il tempo per grandi riflessioni, oberati dalla quotidianità, impigriti dagli psicofarmaci, ci fermiamo a considerazione di routine. Per fortuna per noi tutti gli utenti galoppano avanti e chiedono, sono critici delusi, specie i giovani che avrebbero voluto che una società così “moderna” risolvesse un problema tanto antico.
    Chissà se ci fosse Basaglia,……

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