Michele Emmer

Nel 1983 il dipartimento di Matematica dell’Università di Roma decise di realizzare uno dei primissimi centri, se non il primo, attrezzato con personal computer a disposizione degli studenti del corso di laurea in Fisica. Praticamente nessuno studente aveva un computer a disposizione in quegli anni. Stava anche nascendo la rete internet. Dopo due anni di sperimentazione dell’uso dei personal nei corsi di analisi matematica, furono svolti dei test sugli studenti, circa 300. Il risultato fu che l’uso dei computer non aveva migliorato le qualità degli studenti più bravi ma aveva innalzato il livello degli studenti di livello medio e medio-basso. Erano gli anni in cui i personal erano della Olivetti o della Ibm. Con migliori prestazioni dei personal Olivetti. Una delle grandi tragedie dimenticate della industria italiana la sparizione della Olivetti.

Da allora sono passati diversi anni. Siamo circondati dalla tecnologia, una parte importante della economia mondiale ruota attorno al mondo tecnologico. I nostri figli vivono immersi in questo mondo, dove Dvd, videogame, iPad e simili sono da anni delle vere e proprie babysitter dei ragazzi più piccoli e degli adolescenti. Al concerto di Natale all’Accademia di Santa Cecilia un fesso ha continuato a scattare fotografie col telefonino, una dietro l’altra, all’orchestra mentre sul podio Lorin Mazel dirigeva la Nona sinfonia di Beethoven, era una serata a inviti. Capita spesso in un ristorante di vedere ragazzi e non che smanettano tutto il tempo sui telefonini o sui videogame tra una portata e l’altra e anche mentre mangiano.

Qualcuno si è chiesto anche in Italia se la scuola può restare fuori da tutto questo. Bisogna essere moderni. Nessuno si scandalizza che partiti (?) si presentino alle elezioni con programmi virtuali, mai discussi in pubblico, entità astratte in cui comandano coloro che gestiscono e manipolano i dati. In cui gli eleggibili sono realtà virtuali viste su YouTube. E in cui uno, con pochi eletti selezionati, decide quale è il suo programma o agenda.

Di tutt’altro tenore l’idea del Ministro della pubblica istruzione di avviare sin dall’anno prossimo la diffusione delle lavagne elettroniche nelle scuole sin dai primi anni delle elementari. Niente più libri di carta ma e-book da leggere su Tablet. Modernità, combattiamo l’uso improprio delle nuove tecnologie nelle scuole adottando lo stesso tipo di linguaggio. Per fare cosa? Uno dei danni collaterali della diffusione di internet è l’accesso ad una quantità sterminata di dati. Milioni di studenti cercano informazioni in rete, con google, Wikipedia ecc. Leggono ovviamente solo le prime pagine, difficile che arrivino alla seconda schermata e se devono comporre un qualche scritto pensano che la cosa si risolva con un buon uso del copia ed incolla senza nemmeno preoccuparsi di capire che anche a un semianalfabeta salta agli occhi l’utilizzo di frasi di diversi autori, con stili, parole ed espressioni diverse. L’idea che i dati in rete non sostituiscono la cultura ma la integrano, non li sfiora nemmeno, e si sta parlando di studenti universitari.

E sulla cultura devono operare coloro che si occupano a tutti i livelli di trasmissione del sapere, soprattutto in un mondo in cui, nei paesi più fortunati, la vita media si è allungata tantissimo. Per cosa usare questa porzione di vita in più se non per essere il più possibile parte e partecipe della vita di tutti? Il problema si risolve con la diffusione delle tavolette elettroniche. C’è qualcuno che pensa che l’istruzione dipenda in maniera essenziale dallo strumento elettronico che dovrebbe risvegliare l’interesse e la fantasia sviluppando anche la capacità di comprendere e di concentrarsi?

Non ha ragione chi, il maestro elementare Franco Lorenzoni, ha lanciato un appello per non mettere in contatto gli studenti più piccoli dai 3 agli 8 anni con nessun strumento elettronico? Come fanno in Francia, a Parigi, dove le mie nipoti di 10 e 8 anni toccano un computer una volta o due l’anno? Magari chiedendo agli insegnanti di convincere i genitori di resistere alle pressioni pubblicitarie e di mercato per impedire che anche fuori della scuola sia bloccato un approccio a strumenti che a quella età non possono che essere dannosi? Bisogna disegnare, contare, raccontare, scoprire, inventare, i primi anni sono essenziali.

Certo è molto piu facile, non ci si deve sforzare molto, si usano gli strumenti messi a disposizione. E si sarà moderni. Diranno i professori universitari, di università di grande prestigio: la tecnologia è neutra, non è né di destra né di sinistra. Contro chi non vuole il nuovo, non vuole cambiare. Al contrario, cambiare per sviluppare un modo sempre diverso di ragionare, di costruire la propria vita, utilizzando tutto quello che possiamo avere a disposizione anche per contrastare questo modello di società in cui gli strumenti, finanziari soprattutto, stanno diventando il fine. Formeremo poi superstudenti selezionati, delle elite supertecnologiche che decideranno il futuro, in università superselezionate per scegliere i grandi protagonisti del futuro. E questo il modello che si deve affermare? In cui i tagli alle rette dei disabili partiti il primo gennaio non sono né di destra né di sinistra.

Staccare la spina e leggere le fiabe ai nostri figli, in modo che da grandi siano capaci di inventare e raccontare fiabe, utilizzando le parole che capiranno, che scriveranno, che racconteranno. Usando tutti gli strumenti tecnologici che abbiamo e che saranno inventati in futuro, ma in grado di manipolare quegli strumenti, non di manipolare donne e uomini, che sono invece il fine.

Dal numero 26 di alfabeta2, dal 4 febbraio nelle edicole, in libreria e in versione digitale

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6 Risposte a I bambini sono moderni?

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