Letizia Paolozzi

Sulla campagna elettorale non soffia proprio un vento di rinnovamento. Nell’ordine: poco si parla dei veri problemi aperti dalla crisi nella vita di uomini e donne; non si capisce quale sia la visione del paese che si vuole proporre; i partiti procedono sfarinati e indeboliti. Sarà sufficiente l’ingresso della società civile, dopo anni in cui ha sparato a zero sulla «casta», negli stessi luoghi della «casta»? Convinta di essere antropologicamente migliore, la società civile si prepara a raggiungere, a sostituire (solo in parte, naturalmente) il ceto politico. «Apriremo il Parlamento come una scatola di tonno», promette Grillo suonando lo spartito dell’antipolitica. Quanto alla politica, la stranezza è che stenta a riconquistare autorità, nonostante il candidarsi di molti magistrati, giornalisti, esperti vari.

Se dalla composizione delle liste elettorali si sperava in una specie di redenzione, il Pdl ha preferito affidarsi al «pifferaio magico» e alle sue gag. I candidati di Monti somigliano ai manager licenziati a Manhattan, in attesa del provino per il film Wall Street: il denaro non dorme mai. Quanto al centrosinistra, ha impastrocchiato tra listini e consenso procurato dalle primarie. Ma nelle liste ci sono giovani donne. Possiedono freschezza, serietà, onestà, pragmatismo. Mica somigliano ai marpioni di una volta. Annunci enfatici: con i ticket e la presenza dei due sessi, «non meno di quaranta, non più di sessanta», siamo alla rivoluzione. In effetti, Sel non si discosta da questo trend che ha coinvolto pure i grillini (nelle primarie sul web).

Meno sensibile all’onda rosa il centro dei cosiddetti eredi dello Scudo crociato. Nonostante il ridicolo di guardare a liste elettorali composte unicamente da maschi in giacca e cravatta. Gli uomini dovrebbero farsi più in là dopo aver combinato tanti disastri. Adesso proviamo noi donne ad andare nei «luoghi dove si decide». Ovvero in Parlamento. Dove però il margine di decisione è stretto, a causa della tirannia del debito. Comunque la carica femminile è evidente. Intanto, il tecnico ora «totus politicus» Mario Monti, nella sua agenda, ha chiamato in causa le donne. Non è il primo. In fondo, a modo suo, l’ha già fatto Silvio Berlusconi puntando sfacciatamente sull’estetica (ma anche sulla voglia di vincere) più che sulla competenza femminile. Arrivano (dopo la Banca mondiale e tanti istituti di ricerca e faldoni di cifre) i professori Alesina e Giavazzi sul «Corriere della Sera». Lamentano le «troppe donne con grandi potenzialità chiuse all’interno delle mura domestiche». Un capitale umano sottoutilizzato. Che invece bisogna portare al mercato.

Perché il capitalismo ha bisogno delle donne. In termini quantitativi, si intende. Della soggettività femminile ai professori Alesina e Giavazzi non interessa un baffo. Non hanno capito (sarà colpa del «liberismo di sinistra»?) che una vita degna tiene insieme il lavoro (con le domande sui tempi e modi del produrre) e la cura (di un bambino, della vecchia madre, di una relazione, di una piazza in una città, del greto di un fiume). Peraltro, oggi, accanto al lavoro di tipo fordista cresce quello immateriale, cognitivo: prendersi cura non può ridursi implicitamente al dominio biologico della riproduzione. Ma chi glielo dice ai due professori?

Certo, nel capitalismo sfruttamento e liberazione si incrociano, si contrastano. Assieme al conflitto, alla socialità, alla società. Io ci metterei anche quello che spregiativamente viene chiamato «consumo»: di musica, ballo, web. La rivolta in India contro l’orrore dello stupro ha sollevato un movimento di protesta nel quale hanno sfilato insieme padri e madri, studenti e studentesse, maschi e femmine. Non voglio negare le differenze enormi tra ciò che sta avvenendo lì e l’episodio del magistrato di Bergamo che, dopo l’ennesimo allarme sulle violenze, ha sentenziato: «Le donne non devono uscire da sole la sera» (del genere: «Ve la siete cercata»). Tuttavia, per battere un sistema che perpetua meccanismi di potere, che pretende obbedienza e conformismo, conosco un solo modo: quello che fa perno sulla soggettività e sulla presa di parola. Per questo mi sono simpatiche le Pussy Riot e la loro «bestemmia sociale».

Dal numero 26 di alfabeta2, dal 4 febbraio nelle edicole, in libreria e in versione digitale

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4 Risposte a L’onda rosa elettorale

  1. valerio ha detto:

    Come possono inserirsi nel gioco politico donne giovani e qualificate se i anziani dei due sessi non mollano spazio. Facciamo commentare a loro i fatti di oggi è domani.

  2. […] Maurizio Ferraris Il popolo dei Monti (leggi) Letizia Paolozzi L’onda rosa elettorale (leggi) Lelio Demichelis Monti, o il Gattopardo (leggi) Carlo Formenti Costruire un’opposizione di […]

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