Michele Emmer

Il cambiamento inizia lentamente. I luoghi sono molto affascinanti, siamo in un paese della Mitteleuropa. I colori sono quelli giusti, caso raro nella cinematografia italiana recente. Quasi che il colore della pellicola, la luce delle riprese, fosse una cosa del tutto secondaria in un film. Gli ambienti sono ricostruiti con cura. Con la cura maniacale che deve avere il regista, in questo film in particolar modo, visto che il personaggio principale, quasi l’unico personaggio, è pieno di manie, di riti che ripete sempre uguali, ogni giorno, per mesi, per anni.

La macchina da presa non si lascia andare a zoomate ammiccanti, a carrellate pseudo coinvolgenti, non vi è alcun bisogno che i movimenti della cinepresa suppliscano alla mancanza di interesse delle immagini. Le immagini, le scene, l’ambiente, lui, il suo volto, il suo modo di parlare, funzionano, e la macchina da presa, come accade in rari casi, ci permette di essere dentro la storia. E la storia inizia, il vestito, la cura dei dettagli, il pranzo, in quello stesso ristorante, le stesse cose, curatissime, da mangiare. Un gran signore seduto a quel tavolo, da solo, rigorosamente. Perché come si capisce subito, la solitudine è il grande problema che riempie la vita dell’uomo, la solitudine tenuta a bada dai riti e dalle procedure sempre uguali.

È una persona abile, nel mestiere che fa, il banditore d’asta per oggetti d’arte; insieme con un suo amico, riesce a comprare a prezzi molto buoni i quadri che lo interessano. E lo interessano le donne, tante donne, che non vuole avere, che non può avere nella vita reale. Mentre con le donne dei quadri, un'enorme galleria privata solo per lui, con quelle donne non ha nessun problema. E la vita procede, e così il film che, con calma, con precisione, con intensità fa crescere a poco a poco la tensione. Che si manifesta in modo molto curioso.

Per quell’uomo che non ha contatti con le donne vere, che le vede e si eccita con loro solo nella solitudine della sua galleria privata, con quelle donne dei quadri. Ecco che nella vita irrompe una donna, ma una donna invisibile, che lui non può vedere. E come se non bastasse il mistero della donna che gli parla ma senza farsi mai vedere, ecco i congegni di quello che alla fine risulterà essere un automa. Per far capire al protagonista che sì una donna misteriosa è comparsa nella sua vita, ma forse quell’automa è un oggetto molto ricercato, che ha un grande valore.

E si capisce, come in tanti thriller psicologici, che sicuramente scatterà una trappola, che sicuramente qualche cosa succederà. Èimportante il modo in cui la storia va avanti, con tempi lunghi, o meglio, morbidi, avvolgenti. Vogliamo vederla anche noi quella donna, vogliamo capire perché non si fa mai vedere, e parla attraverso un muro. E ci immedesimiamo nel protagonista che vuole vederla, e quindi cerca di ingannarla per vederla finalmente, quella prima (?) donna vera della sua vita. E quando la vede, mentre la costruzione dell’automa procede, mentre ne trova altri pezzi, non può che esserne conquistato, lui così ripetitivo, così perfetto, così impermeabile a tutto, tranne a quelle donne dipinte nella sua galleria.

Èstraordinario nel far passare a poco a poco, con i tempi giusti, lunghi ma giusti, la sua faccia della perfetta padronanza dello spazio, delle persone, degli oggetti che lo circondano e la prima metà del film è la sua faccia. Che comincia a mutare, man man che il dubbio, il desiderio, la passione a poco a poco si fanno avanti. Fino a quando, certo di avere avuto anche lui la sua felicità, non più con una donna dipinta, si accorge che qualcosa non va, che qualcosa non torna, che non tutto è al suo posto. E capirà, alla fine. Noi spettatori abbiamo capito prima di lui, ma come in tanti film thriller, la questione non è capire il motivo, ma scoprire come ci viene raccontata quella storia di seduzione e di desiderio.

In tutto questo Giuseppe Tornatore, che ha scritto e diretto la storia, è perfetto nel costruire la tensione per impercettibili passaggi. Forse il finale un poco troppo insistito. Con un protagonista perfetto, Geoffrey Rusch, e un gigione Donald Sutherland come richiede il suo ruolo. La ragazza è una bellezza misteriosa, ritrosa, nascosta, alle volte non troppo convincente, meglio quando non appare, nascosta, se ne ode solo la voce. Insomma un film italiano, girato in lingua inglese, dalle grandi ambizioni, che riscatta anche alcune delle prove precedenti del regista non altrettanto convincenti.

The Best Offer, un film di Giuseppe Tornatore, con Geoffrey Rusch, Jim Sturgess, Silvia Hoecks, e Donald Sutherland. 124 minuti, Italia, 2012.

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3 Risposte a Il mistero del cinema italiano

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