Intervista a Cosimo Calarno a cura di Andrea Inglese

Buongiorno signor Cosimo. Lei da dove viene?
Sono di Giulio Pratese, una frazione di Leffe. Ma ormai sono sempre in giro per tutto il Nord Italia.

E che cosa fa nella vita?
Io tiro calci. Ho iniziato, così, per volontariato. Appena vedevo un raggruppamento di individui, anche calmi, che fraternizzavano tra di loro o già avevano fraternizzato in precedenza, io mi lanciavo. Mi buttavo in mezzo e tiravo calci all’impazzata. All’inizio le persone erano estremamente ostili a questa mia proposta. E spesso rispondevano ai calci con i pugni. Ma io, purista quale mi ritengo, non mi lascio influenzare, e tengo la barra ferma: cioè insisto con i piedi finché posso, finché – per altro – rimango in piedi. Molto spesso, infatti, sono sopraffatto, per via del malinteso violento che si crea.

Come si è evoluta questa attività?
All’inizio la mia famiglia e mia moglie insistevano con lo psichiatra di Leffe. Anzi, ne hanno fatto venire uno da Bergamo. Mi mettevano sul tavolo due confezioni di medicinali, e io dovevo ingozzarmi delle loro pillole. Dovevo… in realtà sarebbe più corretto dire: avrei dovuto. Ho sempre spiegato serenamente, che il mio intento è quello di sanare il popolo. E io mi sano con esso. Quando passo una settimana senza calciare a fondo, è come se avessi buttato via il mio tempo.

C’è stata una svolta, non è vero?
Sì, lo psichiatra mi ha lasciato perdere. Vedeva che io sono, nonostante certe apparenze, un tipo minuzioso e responsabile. Non è perché ho la vocazione del tiracalci, che allora sono sgarbato, o alzo la voce, o addirittura tiro sberle per un sì o per un no. Con la polizia la comunicazione era un po’ meno serena, ma spesso mi ignoravano. O mi menavano o mi ignoravano. Una volta, però, che stavo mollando calci molto ispirato all’interno di un bar affollato, si lasciarono trascinare pure loro, e fu un momento meraviglioso: tutti ridevano e urlavano a seconda della posizione che venivano ad assumere nella mischia: quella passiva, di ricevere una scarpata, o quella attiva, di tirarla.

Quando è stato assunto a tempo indeterminato?
Si tratta di una multinazionale, che ha diverse sedi importanti in Italia. Per discrezione preferisco non fare il nome. In ogni caso, mi contattarono con tutte le formalità: alcune telefonate a casa, tre colloqui, un pomeriggio di test logico-matematici e di giochi di ruolo, addirittura un fine settimana in auto per la Val Gandino e la Val Seriana, con grandi giri di grappe ad ogni sosta. Insomma, stavo persino diventando sospettoso. Mi tennero in ballo più di un mese, tra un incontro e l’altro, ma sempre esprimevano interesse e grande cortesia. Ora la paga è buona, e ho anche un ipad aziendale, di cui in realtà mi servo poco. C’è un responsabile dell’Ufficio del Personale che mi contatta a casa. Io faccio il mio giretto con l’auto e, quando mi sento carico, mi precipito in sede.

E qui cosa succede?
Bè, la solita cosa. Io ho tutte le indicazioni precise. Salgo al piano convenuto, m’infilo discreto e silenzioso nel corridoio, finché sbuco nella sala riunioni, e qui mi metto a tirare calci senza andare per il sottile. È un lavoro rude. Prima di tutto per me, ma ovviamente anche per gli altri. Inizialmente alcuni bamba finiscono persino a terra. Ci sono quelli che piangono. Spesso, però, parte molto convinto ed entusiasta un gruppo di pugili amatoriali. Sembra che da anni non vedessero l’ora di colpirmi in pancia, sulla schiena o in faccia. Sono disordinati certo, ma abbastanza efficaci e dolorosi. È improvvisazione pura. A volte mi spaccano una lampada da ufficio in testa. Di tanto in tanto qualcuno lo mando io all’ospedale, se mi gira di colpo di mirare ai coglioni. Io poi non guardo in faccia nessuno: spesso inizio con il caposala o con il relatore della filiale milanese.

Ritiene di avere un compenso decente e appropriato per il suo valore?
Io mi ritengo realizzato. Credo che questa cosa la farei comunque lo stesso. Per me non è un fatto esclusivamente economico. Certo, la mia azienda mi paga molto bene oggi. D’altra parte i colletti bianchi ne vanno pazzi. A volte non pensano ad altro per settimane. Se si sparge la voce in una filiale, o in un certo ufficio, che io sbarcherò quel giorno, è finita: cioè sono tutti terribilmente eccitati. Producono come sotto ipnosi. Credo che sia anche per questo che mi vogliono, e mi fanno intervenire in così tanti programmi. Loro ci mettono titoli altisonanti e molto gergali, con qualche termine inglese. Io ci metto i miei piedi. E tiro come sempre all’impazzata. Non disdegno fare danni sulle scrivanie o sulle piante da ufficio. Ma come dicevo: questa stessa cosa, allo stesso identico modo, io continuerei a farla anche non pagato, anche per strada, come prima. Oggi la gente non sa più che pesci pigliare. Sono tutti come in una specie di morte leggera. Io li vedo andare e venire contando i soldi, come fossero controfigure in film di vampiri o zombi. Passano mesi in un angolo del bar, in un silenzio luttuoso, a pensare se ce la faranno a comprare l’auto nuova. Nessuno è più sicuro di nulla. Anche l’abbonamento all’operatore telefonico suscita angosce e tormenti. Quando arrivo io, tutti si rilassano. Sì, sembra strano, ma è proprio gettandosi nella lotta, a capo fitto, che finalmente si abbandonano. Si prendono i loro bei calci, mi danno qualche pugno efficace in testa. Poi rimaniamo un quarto d’ora a salutarci, a stringerci la mano.

Lei ha mai visto Fight Club?
No, ma me ne hanno parlato spesso.

Share →

6 Risposte a Un mestiere, oggigiorno

  1. simona ha detto:

    Bravissimo, è proprio vero, la gente è nebulizzata non sente più e allora giu botte per svegliarli.

    Complimenti Simona Vergani

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi