Arianna Di Genova

“Anch’io da bambino avevo sempre la testa fra le nuvole, ero un solitario. E avevo un rapporto speciale con il mio cane”. Tim Burton accompagna così il suo Victor nelle sale cinematografiche, adolescente inquieto, dall’intelligenza effervescente, chiuso in un mondo di esperimenti in bianco e nero. Fino a quando si presenta l’occasione per stravolgere i confini della natura e per procedere controcorrente, sfidando la morte. Frankenweenie, l’ultimo lungometraggio del regista californiano, una favola dark girata in stop motion (come La sposa cadavere) viene da molto lontano e affonda le sue radici nel 1984: allora Burton era un visionario 25enne che gironzolava per gli studi Disney, uno dei più creativi fra i disegnatori.

Sul tema del ragazzino e il suo cane, riecheggiando – senza mai fare alcun riferimento a scene del libro ma con sguardi affettuosi verso le pellicole cult degli anni Trenta - il mistero del dottor Frankenstein e la creatura uscita dalla penna di Mary Shelley, aveva realizzato un mediometraggio che però uscì al cinema bollato con “PG – Parental Guidance” ed ebbe scarsa fortuna. Non venne ben digerita quella storia intrisa di lugubre romanticismo e venne classificata come troppo cupa.

Finì nei depositi di Burbank, ma Burton non riuscì a dimenticare il bull terrier Sparky né il suo padroncino Victor. Ora ci è tornato su, complice la Disney che un tempo non lo capì, e ha regalato al pubblico questo gioiello gotico in 3D, in lizza per gli Oscar come miglior film di animazione. Victor è un eccentrico teenager privo di amici che vive in simbiosi con Sparky, il suo cane. Un giorno però una macchina investe l’animale e tutto sembra perduto, offuscato dal dolore. Con una madre e padre tipici delle famiglie americane anni '50 – quasi icone pubblicitarie – Victor ha poche probabilità di sentirsi capito. Ma a scuola arriva il signor Rzykruski, un insegnante di scienze molto particolare (la figura disegnata è un omaggio a Vincent Price, leggenda dell’horror).

È la scintilla dell’intelligenza che si accende: chiede esperimenti ai suoi alunni, parla dell’elettricità che riporta in vita apparente i corpi e Victor va oltre: s’intrufola di notte nel cimitero, disseppelisce il suo cane e combatte contro la morte. Vince e resuscita Sparky che diventa un essere “meccanico” con i sentimenti intatti, ma dovrà affrontare i competitivi compagni di classe e lottare contro mostri indomabili liberati per la città. Intorno a lui, pullula una comunità di personaggi indimenticabili: la bionda Stranella, ragazzina imbambolata e preveggente con gatto persiano che si trasformerà in vampiro, Edgar il pasticcione deforme ed emarginato e la triste Elsa van Helsin, l’”olandesina” nipote del sindaco di New Holland (la cui scritta della città campeggia identica a quella di Hollywood, in una dei punteggiamenti ironici di Burton più esilaranti).

La sua voce è quella di Winona Ryder (Beetlejuice e Edward mani di forbice) mentre Martin Landau (già in Ed Wood e Il mistero di Sleepy Hollow) doppia Rzykruski. Musiche affidate al compositore feticcio del regista, Danny Elfman e scenografie reinventate insieme a Rick Heinrichs che lavorò nel corto originario. Frankenweenie è un dispositivo di omaggi a scatole magiche: all’arte gotica e newgothic, all’Ottocento positivista ma anche spiritico, alla fantascienza, all’horror, ai vecchi characters di Burton (Victor/Edward mani di forbice), ma soprattutto al cinema tout court, come dimostra il bellissimo inizio che “mima” il super 8 e, simbolicamente, la possibilità di donare la vita alle ombre.

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