Tiziana Migliore

Al Mart di Rovereto chiude una mostra preziosa, che inquadra un gruppo operante a Londra dalla fine degli anni Dieci agli anni Trenta del Novecento. Un altro tempo. Tra Decadentismo e Modern style, a cura di Lea Vergine, ricostruisce passioni e resistenze del circolo di Bloomsbury, un sodalizio intimo avverso alle convenzioni del sistema vittoriano. Parzialmente se ne conosce la storia dai racconti di Virginia Woolf, promotrice del gruppo. Ma come rara forma di vita collettiva, visibile e palpabile, questa esperienza ci era sfuggita.

Antonio Marras e Paolo Bazzani allestiscono uno spazio che ha tutta l’aria di un appartamento. L’ingresso al percorso espositivo è un enorme armadio composito con specchi, bianco e sopraelevato tanto da simulare una sorta di portone. Inquadra da lontano, in fondo a uno stretto corridoio, un fotomontaggio di Cecil Beaton che ritrae il volto di Edith Sitwell, in tre sfaccettature. Esposizione multipla dell’autrice di Façade, serie di componimenti musicati da William Walton, cari a Stravinskij; e “facciata” di un’esposizione multipla. Ogni stanza rima, nel colore, con gli oggetti installati. Pavimenti, porte, vetrine, leggii, tavoli del museo si impregnano di bianco, rosso, verde, amaranto, ocra, nero, grigio, per contenere lavori ignoti fuori dal Regno Unito. Non ci sono finestre: la luce proviene dalle testure cromatiche dei materiali. Si cammina su tipiche moquette, fonoassorbenti, incontrando mobili, pitture, grafica editoriale, paraventi, libri, tessuti, piatti, che i membri di Bloomsbury, in una casa del quartiere londinese, hanno disegnato e prodotto.

Il senso della mostra è questa dedizione in comune, snob nei confronti del diverso, ma che spiega come, in Inghilterra, la vita pubblica si sia saputa contaminare con la vita privata. “[…] Quello che veramente ami è la tua vera eredità / Il mondo a chi appartiene? A me, a loro / O a nessuno? […] / Strappa da te la vanità, ti dico strappala / Cerca nel verde mondo quale luogo possa essere il tuo / Nel raggiungere l’invenzione o nella vera abilità dell’artefice […] / Perché qui l’errore è in ciò che non si è fatto / nella diffidenza che fece esitare” (Ezra Pound, Canti Pisani, n. 81). Un video, in una delle sale, presenta un estratto dell’intervista televisiva di Pier Paolo Pasolini a Ezra Pound (Incontri, 1968, regia di Gastone Favero, teche RAI), con lettura di versi.

Insieme a Wyndham Lewis, nel 1914, Pound aveva fondato il Vorticismo, la rotazione intorno a un asse che rende la figura un diagramma, un ritmo violento di contrasti. Un “altro tempo” si oppone all’usura delle cose e le immagina energiche, resistenti alla spinta di forze ignote. I vorticisti sfidarono i futuristi. Qui non si trattava di giustapporre in simultaneità più tempi, ma di cambiare radicalmente modello: l’indeterminante spirale versus la linea orientata dell’invecchiamento. Alla teoria di Pound riconducono, nello stile, i pezzi della mostra su Bloomsbury, complemento necessario dell’antologica sul Vorticismo, la prima in Italia, organizzata alla Peggy Guggenheim di Venezia nel 2011. Copie della rivista Blast, che includono i manifesti del movimento, si accompagnano ora a inediti di Lewis, Henri Gaudier-Brzeska e Edward Wadsworth, che dal Vorticismo ricavò i pattern per il dazzle camouflage della Royal Navy nella seconda guerra mondiale. Straordinarie le Vortografie (1917) di Pound, a firma di Alvin Langdon Coburn.

La mostra del Mart colma un vuoto. Prova che la poetica dei vorticisti ebbe la sua iniziazione nell’attività più riuscita del gruppo Bloomsbury: il laboratorio di arti applicate Omega Workshop, da cui provengono molti dei lavori esposti. Vi aderirono infatti, nel 1913, Lewis, Gaudier-Brzeska, Vanessa Bell e Duncan Grant. Gli Omega, declinazione degli Arts & Crafts in chiave moderna, sperimentarono l’innesto dell’astrattismo geometrico, con una tavolozza espressionista, in forme ispirate al mondo vegetale. Dunque il vorticismo ha una matrice organica. L’idea degli Omega fu di Roger Fry, biologo in primis, poi pittore, restauratore, teorico e critico d’arte, anima del Burlington Magazine.

Da “uomo manuale”, “dalla curiosità ardente” – come lo definì Virginia Woolf nel suo ultimo libro, una biografia dell’amico – Fry pensava ad artefatti da realizzare nel più assoluto anonimato. Esecuzioni con creatività a diversi stadi, ma contrassegnate da un unico marchio, la lettera finale dell’alfabeto greco; per traslato, sola e ultima persona presente in ogni pezzo. L’obiettivo, provocatorio, era l’Umanesimo, il rifiuto del profitto individualistico per la cura e il desiderio dei rapporti personali. Oggi sorprende sapere che John Maynard Keynes, padre dell’economia politica, fosse membro del Bloomsbury. Tassi di interesse, ciclicità, alti e bassi del libero mercato dipendono, a suo dire, non da calcoli econometrici, ma da fenomeni sempre dovuti al comportamento umano nell’interazione.

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