Alberto Capatti

Sono anni che si sente parlare di ritorno alla terra, a respirare l’ideologia in purezza, a tenere un orto pudico, senza allontanarsi troppo dalla città, a farsi fare il vino con il proprio nome sull’etichetta, investendo in tenuta, enologo di grido e vacanza in campagna. Dopo secoli di vita rurale, i contadini sono quasi tutti emigrati, prima operai e muratori, poi, alla generazione seguente, impiegati, commercianti e tutto il resto. Ma il ritorno alla terra, alla terra madre, non ha bisogno né di laurea né di insuccessi scolastici, perché, agli occhi di molti, è un mito in auge, come quello di Lucio Quinzio Cincinnato, di Garibaldi a Caprera e di qualche altro ex militare ripescato nelle lettere classiche.

Farei una eccezione: Corrado Dottori. Figlio di un ingegnere, bocconiano, bancario, sceglie la terra di famiglia e, con Valeria, lascia Milano per Cupramontana nelle Marche. È un colpo di testa? Non ha debiti di gioco né una nevrosi da curare, ma voglia di progettare una vita intellettuale diversa, e Non è il vino dell’enologo (DeriveApprodi, 2012) racconta questo progetto maturato dopo il ritorno. Nella nuova professione non porta titoli di studio, eppure ha molto da apprendere. Corrado Dottori a Cupramontana ha formulato una scelta biodinamica ed impara l’occorrente portando quello che al contadino di una volta non era necessario, l’intelligenza aperta al mondo, la curiosità politica, la voglia di discettare, anche di lieviti e di solforosa.

Ma l’intellettuale contadino sta oggi con il culo per terra. L’eco e il bio, i maledetti prefissi di ogni prodotto, agroindustriale o di «presidio Slow Food», dal Gas al supermercato, richiedono, per non essere fraintesi, una grande capacità analitica. Territorio e natura, a loro volta possono essere considerati da tanti punti di vista, non parliamo poi dell’aggettivo «naturale» accoppiato a un alimento. Tutto il lessico della nuova cultura gastronomica è fallito o in revisione. Il termine stesso contadino, appiccicato a un prodotto, è meglio lasciarlo perdere. Corrado Dottori si è posto tutte le domande difficili, aiutato da una sola guida, il suo verdicchio. I concetti, all’atto di fare, non sedimentano ma passano d’importanza, soggiacciono a delle priorità con la conseguenza che un vino naturale lo si ragiona diversamente davanti alla bottiglia del proprio vino, di Cupramontana.

Non è il vino dell’enologo raccoglie frasi, discorsi, diverbi fra giovani viticoltori, fra amici e militanti, e i pensieri formulati da Dottori in anni di attività e di commercio, l’una lenta quanto le discipline biodinamiche cui si è assoggettato, l’altro stentato, incompreso in un mercato dell’etichetta prima che del prodotto. Raccoglie anche i frammenti di una autobiografia, a tal punto la famiglia d’origine è lo schermo su cui si proiettano le proprie scelte di rottura, con l’economia politica, con Milano, con il vecchio vino, con il marketing che da ex bocconiano intuisce al volo. «Mio padre, mia madre e io ci siamo buttati nell’avventura del San Michele vinificato da Pietro alla vecchia maniera». Il passo successivo, il San Michele, rappresenta un’emancipazione dal passato prossimo ma non dalla figura paterna che è la guida etica e intellettuale e affettiva, in questo libro, di tutte le scelte, anche le più critiche.

Corrado Dottori, malgrado il titolo in copertina, insegna a pensare prima di bere, e ogni sorso di questo insegnamento produce un prurito critico che si trasmette al linguaggio d’uso, e mette il lettore di fronte all’abuso dei luoghi comuni. Non ci chiediamo alla fine se avrebbe potuto stagionare caprini o spremere olive, e nemmeno consideriamo, a lettura compiuta, il momento propizio per stappare un suo verdicchio, gli Eremi, tanto distante è stata questa lettura dalle notizie delle guide e dalle interviste enologiche. Consideriamo invece l’ettaro di vigna da cui Dottori guarda il mondo, uno strano punto d’osservazione, invidiabile, senza esser certi del perché. Eppure, nel corso di una degustazione, avevamo notato una nota disarmonica, né acida né fruttata, mai letta eppure infinitamente attraente, una nota di rabbia…

Corrado Dottori
Non è il vino dell’enologo. Lessico di un vignaiolo che dissente

DeriveApprodi (2012), pp. 136
€ 13

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Una Risposta a Non è il vino dell’enologo

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