Giacomo Pisani

Le opere di Jan Fabre hanno inizialmente l’effetto di uno shock, sono spaesanti, ti privano di ogni riferimento. Ti mettono di fronte ad un oggetto immerso in un groviglio inestricabile di linee, scavate con la bic blu, che ti trascinano in una trama infinita. Resti smarrito, non c’è via di uscita. Solo in un secondo momento l’oggetto inquadrato funge da punto di orientamento, che ti riconcilia con il contesto delle inestricabili linee che fanno l’orizzonte del quadro. Ma in quel groviglio l’oggetto si fonde fino a perdersi e a tramutarsi in altro.

Le armi si tramutano in animali, gli elmi si trasformano in pesci, la natura si riconcilia con l’opera dell’uomo, e l’arte diviene il punto focale di tale connubio, la comunione delle due polarità, che in una matassa impenetrabile di linee, trovano un’inusitata via d’incontro. L’arte celebra il radicamento dell’uomo nella natura e l’artista scopre, quasi come uno scienziato consapevole, quel momento essenziale in cui l’opera umana importa un riferimento inemendabile al dato naturale, sempre pronto ad evadere gli schemi e a riemergere fra le sfumature delle mille linee che tessono il reticolo della natura.

Jan Fabre, Vista della mostra - Sala Tivoli Project (foto Giuseppe Fioriello/Eclettica)

Ma guai a fissarsi in un nuovo ordine stabile. Chi pensa di ritrovare in quella rete intricata un motivo regolare, il principio di un eterno ritorno rassicurante, resta nuovamente tradito dallo strappo sulla tela, dall’indecifrabilità della natura, mai identica, pronta a ricolorarsi a seconda di come ci rapportiamo ad essa. Lì subito sfugge, ripiegandosi nelle mille sfumature di quel blu ineffabile della bic, che tanta parte ha nelle opere di Jan Fabre. L’arte è una medusa, come si intitola appunto la mostra di Fabre, ospitata nella Pinacoteca Giuseppe De Nittis, presso Palazzo della Marra, a Barletta. Ti seduce, imbrigliandoti in un gioco inesausto di sfumature, fino a divenire insidiosa, privandoti di riferimenti. A meno di non abbandonarsi al gioco della natura, che si vela e si concede allo sguardo, senza sedimentarsi in alcuna delle prospettive possibili. Non resta che seguire il tramutarsi delle linee, che si fondono facendo corrispondere ad ogni sguardo un ordine diverso del reale.

Jan Fabre e l'opera "Croce e soli", 1987 (Courtesy Angelos/Jan Fabre - foto Giuseppe Fiorello/Eclettica)

Così, nel caso del castello di Tivoli, a Mechelen, l’arte ricongiunge materialmente l’opera dell’uomo alla natura, esponendola, attraverso le infinite linee blu di cui Fabre ha rivestito il castello nel 1990, all’infinito gioco di riflessi e sfumature, in una comunione estatica. In un video, all’interno della mostra, è possibile rivivere le varie fasi di questo connubio. Ma Fabre ci presenta già il progetto di un nuovo rivestimento, quello del castello di Monopoli, per ricreare spazi di nuove seduzioni, nuovi incroci di linee e natura, negli stessi spazi concessi dall’arte e dall’opera dell’uomo. In un nuovo intreccio in cui l’unica via di decifrazione è negli interstizi, ai margini delle linee, che nel loro incrociarsi ci cullano, fra arte e natura, in un gioco senza fine.

Intramoenia Extra Art / Watershed
Art is a Medusa - Progetto speciale di Jan Fabre
a cura di Giusy Caroppo
Pinacoteca Giuseppe de Nittis – Palazzo della Marra
Via Cialdini 74 - Barletta
fino al 28 febbraio

Share →

Una Risposta a L’inesauribile groviglio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi