Michele Emmer

Maestro è colui che esprime delle cose che altri possono capire…”
Carlo Scarpa, 16/11/1976.

Carlo Scarpa è stato un architetto importante del Novecento. Prima di dedicarsi completamente all’architettura alla fine della seconda guerra mondiale, oltre ad insegnare all'Istituto di architettura di Venezia, lavorò per molti anni nella progettazione di oggetti in vetro, prima alla ditta Cappellin e poi con la Venini. “Il vetro lo devi comandare, se ti lasci comandare vai a farfalle, devi avere il dominio della materia.” Così ricorda il suo incontro con Scarpa un maestro vetraio veneziano, Bepi Toso Fei. Senza essere dipendente della Venini, ricorda Luciano Gemin, “L’accordo con Venini era che se lavorava veniva pagato, e se non lavorava non veniva pagato... Se era bel tempo andava a fare una passeggiata alle Zattere, e se era brutto tempo andava a lavorare a Murano, alla fornace”.

Testimonianze sul lavoro di Scarpa raccolte in un documentario realizzato da Gian Luigi Calderone “Fuori dal paradiso”, in occasione della grande mostra Carlo Scarpa Venini 1932- 1947 all’isola di San Giorgio a Venezia, promossa dalla Fondazione Cini e dalla Pentagram Stiftung. Una nuova sezione espositiva per il progetto “Le stanze del vetro” che nel corso dei prossimi anni testimonierà di quella grande magia che nel corso dei secoli a Venezia si è venuta sviluppando con sempre nuove forme, nuovi colori, nuovi materiali.

Maestri sono coloro che manipolano e realizzano il vetro, nel solco delle tradizione e delle capacità artigiane, e Scarpa lo era, “conoscitori dei segreti del vetro e delle formule, delle miscelature e del riscaldamento, abili a giudicare ad occhio, al tatto la condizione dei materiali”, come scrive Frederic Chapin Lane nella “Storia di Venezia”. Per ricostruire il lavoro di Scarpa per la Venini è stato essenziale recuperare il materiale documentale dell’archivio storico Venini che sembrava andato disperso in un incendio. Sono stati così ritrovati disegni originali, foto ed altro materiale di grande interesse. È stata ritrovata una copia del “quaderno nero” (dal colore della copertina) che presenta tutti i modelli realizzati disegnati in silouhette. È stato così possibile ricostruire un catalogo delle opere originali di Scarpa. E tutto questo materiale, questi preziosi oggetti di vetro, fanno parte della grande mostra visibile fino al 6 gennaio. Il voluminoso catalogo è complemento essenziale della mostra, con le schede di tutti gli oggetti.

Nella mostra i vetri sono divisi secondo della tecnica utilizzata per relizzarli. “Trasparente oppure opaca, brillante o satinata, liscia o rugosa, sottile o spessa, incolore o variopinta, la materia presentava quei caratteri che con sapienza potevano essere manipolati a piacimento. A dimostrarlo sono il livello di sperimentazione elevata e i risultati tanto singolari che hanno fatto di Scarpa un artista-alchimista capace di testimoniare nella pratica quanto fosse plasmabile il vetro, e quanto fosse possibile intervenire sugli effetti di luce avendo un'idea progettuale ben precisa... La ripresa della antica tecnica della mezza filigrana fu l’occasione di disegnare una serie di vetri dalle forme geometriche essenziali, estremamente raffinati”, scrive Marino Barovier, curatore della mostra e del catalogo.

Una tecnica raffinata ed antica quella della filigrana. L’atto di nascita ufficiale della tecnica detta filigrana a retortoli risale al 1527 quando Filippo Catani, la cui fornace si chiamava Alla Sirena, chiese il privilegio venticinquennale per l’applicazione di “una nova invention di lavorar nel mestier nostro, il qual si domanderà a faceta con retortoli a filo”. Nel 1549 viene citata nella Mariegola dei vetrai (nome degli statuti delle corporazioni d'arti e mestieri a Venezia) accanto ai lavori a retortoli una lavorazione tecnicamente analoga ma più complessa detta a redesello o reticello. Quei vetri sottilissimi con delle spirali di diversi colori che vanno in diverse direzioni e che sono tuttora in produzione.

Ed ecco allora le tante tecniche, le tante forme che Scarpa usa, reinventando le tecniche tradizionali e sperimentandone di nuove, per ottenere sempre nuovi effetti di luce e di colore. Alla Biennale di Venezia del 1940 una sala intera è riservata alla Venini, allestita da Scarpa, dove erano esposte solo opere dell’architetto veneziano. Giò Ponti è molto colpito e ricorda “vasi e coppe di colore violentissimo di azzurri cupi e potenti, di rossi accesi; espressioni coloristiche senza paura realizzate attraverso forme pure e materie preziose.” Dalla tecnica delle “bollicine” del 1932-33, ai vetri sommersi del 1934-36, alle mezze filigrane degli stessi anni, alla reinvenzione delle murrine, le murrine romane del 1936-40, ai soffiati trasparenti del 1936 e 1940, ai cerchi, alle spirali, 1936-38, agli incamicati “cinesi” ai laccati rossi e neri del 1940 che colpirono Giò Ponti.

Il rapporto tra Venini e Carlo Scarpa terminerà nel 1947, Scarpa vorrà essere architetto a tempo pieno. “Si chiudeva così un periodo significativo per la vetreria muranese, e per la Venini in particolare, un periodo che nonostante le difficoltà del momento storico, fu caratterizzato da un grande entusiasmo e da ricerche incessanti che portarono frutti anche negli anni a venire”, conclude Marino Barovier.

Share →

3 Risposte a Gli universi di vetro

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi