Tiziana Migliore

A Venezia, da un paio d’anni, la galleria Workshop presenta l’opera di artisti internazionali emergenti, con l’idea che sia il pubblico a collaudarli. Lo spazio, affacciato sul Canal Grande, è in un punto strategico: affianca il settecentesco Ca' Rezzonico, a due passi dall’Accademia, e guarda dirimpetto Palazzo Grassi. Fino al 22 gennaio 2013 Workshop ospita Urbicide, una collettiva su un tema a cui siamo divenuti sensibili. Qual è l’immaginario che prende forma all’indomani della fine del mondo, per commutare la distruzione delle nostre città? Gli interventi dei sette artisti invitati si valutano in risposta a questo interrogativo. Lo introduce Jennifer Williams, in Portals, trompe-l'œil dipinto a fondo sala che simula un Merzbau di legno, dove ogni pezzo, diversamente inclinato, è un luogo cavo, parallelepipedo o cubo, in forte aggetto. Disorienta e inquieta.

Jennifer Williams, Portals

Diann Bauer, che è anche curatrice della mostra, collabora con Mona Marzouk nel realizzare una pittura murale giallo ocra saturo. Al centro campeggiano, distanziati fra loro, tre androidi neri a grandezza umana, che ibridano organico e tecnico – The Morphologist and the Architect (2003-2004) era una delle serie del ciclo The New World: estremità prensili come ganci, pinze e rastrelli o aeromobili come eliche, ruote panoramiche e deltaplani si innestano in corpi da insetto e ne aumentano la prestanza. Sono varianti “site-specific” di un universo inventato da Marzouk nel 2004 e diffuso con l’installazione The Bride Stripped Bare By Her Energy’s Evil, al BALTIC Centre for Contemporary Art Gateshead. Agglomerati spontanei di residui del mondo. Lo sfondo giallo da cui escono è una luce innaturale.

Mona Marzouk-Diann Bauer, Jennifer Williams

Nella parete opposta il duo inglese Pil and Galia Kollectiv, fresco dell’esperienza alla Herzliya Biennial in Israele, appende acrilici che rappresentano collisioni violente fra modelli di navi da crociera e yacht. Si riconosce la maniera stilistica del Costruttivismo russo, negato da scontri sarcastici che lo rendono un’accozzaglia di colori. Un bricolage stridente, come in Marzouk, ma colto al momento del suo manifestarsi, prima che da esso sorgano nuovi viventi. A sinistra degli acrilici di Pil and Galia, un monitor trasmette informazioni di televendita del Medio Oriente. È il risultato dell’operazione di Oraib Toukan che, via internet, ha notiziato lo smembramento dei Paesi mediorientali, con un’asta per i migliori offerenti (Talking Heads). La burla viene presa sul serio. Sullo schermo appaiono i volti degli avventori in trattativa, che discutono prezzi e utili. Non mancano testimonianze di adesione al progetto, fotocopie di lettere e mail in cornice e sotto vetro.

Mona Marzouk-Diann Bauer, The Morphologist and the Architect

Nella seconda sala si alternano due video. Amanda Beech adatta per Venezia l’opera prodotta con il Getty Institute di Los Angeles e la galleria Spike Island di Bristol. Immagini, suoni e scrittura procedono al ritmo di drum & bass (Sanity Assassin). L’audio è assordante e disforico, in coincidenza con la ripetizione ossessiva di fotogrammi che inquadrano bufere di neve, case-giardino deserte, dettagli di crisantemi, segnali di allarme. Mikko Canini propone un viaggio in prima persona e a focalizzazione interna tra le strade di una Londra invasa dall’acqua (The Black Sun Rise). Qui, al contrario, ogni rumore è attutito dall’amara certezza dell’evacuazione. Il corpo di chi naviga in questi canali, il me spettatore, è l’unico superstite di una pluralità estinta. Urbicide calca la mano sull’assentificazione del noi. Difficile provare indifferenza.

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