Giacomo Pisani

Il 21/12/12 è arrivato e passato, e finalmente può esplodere quell’ironia appagante che ci permette di dimostrare la superiorità del modo razionale di vedere le cose. Poveri quelli che hanno creduto alla profezia dei Maya, e l’ironia si tramuta piano in saccenza, rinsaldando la nostra sicurezza, dall’alto della civiltà occidentale, cinica e razionale.

Ora, la bolgia di ironici e saccenti che ha fatto della profezia un fenomeno mediatico di dimensioni impressionanti, non accetta discorsi sui paradigmi culturali, che permetterebbero di inscrivere quella profezia all’interno di un orizzonte categoriale irrimediabilmente altro rispetto al nostro. Eppure è proprio questa confusione a rendere inequivocabile la deformazione e il travisamento della profezia stessa.

Ma, senza addentrarci nel merito della profezia Maya, è chiaro che il fatto di introdurla all’interno nel nostro modello razionale, ben costituito nelle categorie della scienza e della tecnica occidentali, deriva proprio dalla ingenuità di una cultura che ignora la propria storicità ed è incapace di comprendere la diversità. Ecco perché il fallimento di tante “profezie” occidentali, formulate nei termini precisi e razionali dell’economia e della tecnica moderne, non destano uguale scalpore. Eppure sono ben più allarmanti gli effetti tragici del nostro modello turbo-capitalistico, che ci pone di fronte all’eccedenza delle emergenze naturali rispetto ai nostri parametri di sviluppo. Per non parlare delle masse di diseredati che costituiscono l’elemento fondante di tale modello.

Forse, allora, è proprio in quella considerazione cinica e presuntuosa della profezia dei Maya che va ricercato il tratto caratterizzante dell’assolutezza del nostro modello di vita e di amministrazione dell’esistente. In altri termini, è proprio l’incapacità di relativizzare il nostro campo di senso e di aprirci alle differenze, che ci impedisce di rimodulare le categorie fondamentali della tecnica occidentale, per farci carico delle esigenze ormai irrimediabili della natura e degli oppressi da tale configurazione.

L’incapacità di assumere il nostro orizzonte di senso non ci permette di accogliere la sfida dell’alterità, quando ci provoca, al fondo delle nostre certezze, per rimetterle al gioco delle possibilità, facendoci scoprire il diverso come un modo del tutto peculiare di stare al mondo. Così, la profezia dei Maya non è il tentativo fallito di prevedere il corso degli avvenimenti del nostro tempo, ma è un modo di dirsi di un popolo, con i suoi valori, il proprio contesto sociale di riferimento, un proprio spazio comunitario. E per comprenderlo è necessario cogliere la storicità delle proprie stesse categorie, per metterle in gioco.

Ma è molto più semplice liquidare quella profezia inscrivendola nell’ingenuità di una civiltà di gran lunga inferiore alla complessità del nostro grado di sviluppo. Forse è per questo che le nostre profezie fanno sempre più acqua, e ci hanno indotto a prendere la profezia dei Maya così sul serio. Anche nel suo senso letterale e distorto.

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3 Risposte a Il cielo dei Maya

  1. Grego ha detto:

    chi ha detto che sarebbe finita in un giorno?
    abbiamo superato il punto di non ritorno tutto qua, guardate quello che accade intorno a voi ciechi.

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