Antonio Syxty

A Buenos Aires piove. Appena superato il controllo passaporti del Pistarini, Leòn mi vede e mi viene incontro. È con la moglie, Lucia, che lui chiama affettuosamente Lucieta. Appena mi vede sorride teneramente e gli occhi gli si inumidiscono, e io in quell’azzurro riconosco il colore di quelli di mia madre, sua zia. Leon ha quasi 60, ma è un uomo robusto e in ottima forma, gran giocatore di calcio, nella squadra locale del suo barrio. Leon e io non ci vediamo da più di 40 anni, da quando giocavamo piccoli in Calle Catamarca, nel quartiere Cochabamba di Buenos Aires dove abitavo io, o nel quartiere di Quilmes, sobborgo di Buenos Aires dove abitava lui e dove abita tuttora. Mia madre, come molte persone del sud Italia era emigrata a Buenos Aires dall’entroterra salernitano, perché allora, in Italia, non c’era da mangiare, e loro facevano le suole per le scarpe.

Era un’Italia diversa da quella di oggi, dove erano gli italiani a emigrare. Quello di emigrare era stato il destino della famiglia di mia madre, come del resto era stato quello della famiglia di mio padre, piemontese di origine, ma nato anche lui, come me e Leon, in Argentina. Ora la famiglia di Leon vive in una modesta villetta di un bel quartiere di Quilmes, provincia di Buenos Aires – la Capital, come la chiamano loro. Leon ha 3 figli, tutti grandi e robusti come lui, tifosi del River Plate, mentre io da piccolo ero tifoso del Boca, come mio padre, un uomo che aveva avuto il coraggio di imbarcare tutta la sua famiglia su una nave quando io avevo nove anni, e far ritorno in Italia. Leon lo definisce coraggioso quel gesto, di lasciare l’Argentina e fare ritorno nel paese di origine. I genitori di Leon questo coraggio non l‘hanno avuto e hanno dovuto affrontare gli anni della feroce dittatura militare, uno dei periodi più bui di un paese che aveva rappresentato per la generazione precedente a quella mia e di Leon, la possibilità di rifarsi una vita, lontani da un Italia che non dava speranza di lavoro e sviluppo per le classi più umili.

Ma l’Argentina vissuta da Leon e dai suoi figli è stata un’Argentina tormentata e scossa anche dalla crisi economica che dalla seconda metà degli anni ‘90 portò direttamente il paese al collasso, con il famoso corralito del 2001. Ed è appunto del corralito che Leon mi racconta in un caffè di San Isidro, un comune della provincia di Buenos Aires. Io del corralito so poco o nulla. Perché ricordo la crisi vissuta dagli italiani che avevano investito nei bond argentini, ma poco o nulla so di un periodo economico così drammatico per la popolazione argentina, chiamato appunto corralito (recinto), perché il default del paese aveva rinchiuso la popolazione in un recinto senza speranze. In quegli anni Leon si era licenziato dall’azienda per cui lavorava, la Telefónica Argentina, e aveva ricevuto la liquidazione in pesos che era equivalente a circa settanta mila dollari e che aveva depositato quasi tutti in banca, con l’idea di mettersi in proprio facendo consulenze nel settore.

E il dramma fu che le banche dall’oggi al domani si barricarono negando ai correntisti ogni tipo di prelievo dal proprio conto corrente. Iniziarono così tempi durissimi dove avere il contante in tasca per fare la spesa e acquistare beni di prima necessità era un privilegio di pochi. C’erano persone che si vendevano qualunque cosa pur di avere i soldi contanti. Un amico di Leon che aveva da poco comprato un pick-up del valore di 20mila dollari cercava di venderlo per 3000 pur di avere qualcosa in tasca per la sua famiglia. Lo stesso Leon insieme alla moglie Lucieta cercavano di risparmiare il più possibile i diecimila pesos in contanti che Leon – prevedendo il peggio aveva nascosto in casa evitando di depositarli in banca. Ma poi anche quelli finirono.

Durante quel periodo la gente dava l’assalto alle banche che si erano trincerate sigillando gli ingressi con barriere improvvisate. Il cancro aumentò dell80% e allo stesso modo aumentarono gli infarti, i suicidi e le separazioni nelle coppie sposate o fidanzate. Per Leon e per tutti gli argentini il corralito era diventato un lungo incubo a occhi aperti. I soldi che erano ostaggio delle banche vennero restituiti solo parzialmente dopo circa nove anni anni. La stessa sorte toccò a Leon, che solo grazie all’aiuto dei genitori di Lucieta riuscirono a sfamare i figli e procacciarsi i generi necessari per vivere. Molti anziani, considerando la loro stima di vita, rinunciarono a fare domanda allo stato per riavere i loro soldi - ostaggio delle banche - perché non se la sentivano più di lottare. E fu in quel periodo che si sviluppò il trueque (il baratto) con veri e propri circoli di auto-aiuto, che scambiavano servizi con beni primari. E allora c’era chi sapeva tagliare i capelli che in cambio riceveva cibo o vestiti per il suo servizio. E gli stessi medici che si mettevano a disposizione della gente in cambio ricevevano gli aiuti primari per le loro famiglie.

Era scomparso il denaro contante e gli uomini si organizzavano per sopravvivere scambiandosi beni e servizi di prima necessità, senza che ci fosse la mediazione del denaro contante. I circoli del trueque erano nati già nel 1995 a Mar del Plata sull’onda della crisi economica che avrebbe poi portato il paese al crollo e alla serrata delle banche nel 2001. Ascoltavo Leon mentre mi raccontava tutto questo e pensavo all’Italia e alla crisi che stava spazzando il paese, ma anche l’Europa, e all’ipotesi di dover essere costretto a cambiare tutta la mia vita se un domani dovesse succedere anche a noi. Un pensiero che mi ha accompagnato al mio ritorno in Italia e mi ha fatto considerare la realtà intorno a me in modo del tutto diverso.

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Una Risposta a Mi Buenos Aires Querido

  1. bibliomatilda ha detto:

    In modo diverso? Diverso rispetto a quale visione precedente? L’orrore per banche e finanza che continuano ad arricchire solo ed esclusivamente chi ha già tanto e ad impoverire chi ha quasi nulla, non può cambiare. L’orrore per una politica che è succube di una situazione data e che non trova di meglio che ratificare le scelte imposte dagli organismi finanziari internazionali, non può cambiare. Può aumentare la stima per coloro che trovano nuove forme di sopravvivenza, magari scoprendo la solidarietà e non la sopraffazione, però ritrovarsi dal poco (comunque sufficente) al nulla, dopo una vita onestissima, di lavoro e di impegno e, magari, anche di buoni comportamenti sociali e civili e umani, semplicemente perché i soldi non bastano più agli speculatori e perché ad alcune classi sociali non può essere tolto nulla…beh…la rabbia, lo sconcerto, l’indignazione non può cambiare.

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