Gian Piero Fiorillo

Nel maggio del 1978, in un clima politico segnato dall’uccisione di Aldo Moro e Peppino Impastato, Franco Basaglia commentava sulla Stampa la ratifica della legge 180: “Non bisogna lasciarsi andare a facili euforie. È una legge transitoria, fatta per evitare i referendum, e perciò non immune da compromessi politici. Non si deve credere di aver trovato la panacea a tutti i problemi della malattia mentale con il suo inserimento negli ospedali tradizionali. La nuova legge cerca di omologare la psichiatria alla medicina, cioè il comportamento umano al corpo. È come omologare i cani con le banane”. Difficile immaginare qualcosa di altrettanto sprezzante, per di più in un momento di lacerazioni estreme, ma Basaglia non intese evidentemente ammorbidire le sue posizioni.

Ripensare oggi la 180, interrogarsi sui suoi risultati e sugli effetti diretti e indiretti nel corpo sociale, significa fra le altre cose porsi, anziché evitare, una domanda cruciale: in questi trentacinque anni sono stati omologati o no i cani con le banane? La psichiatria è stata omologata alla medicina, il comportamento dei folli e dei devianti al loro corpo? La sola risposta possibile è sì. Al netto di alcune rarissime sacche di resistenza e al di là della propaganda di parte, la 180 non ha impedito il riorganizzarsi della psichiatria intorno al paradigma biologico e la riduzione di tutte le pratiche “altre” a un ruolo ancillare rispetto alle terapie farmacologiche. Non poteva impedirlo: come già sapeva Franco Basaglia, l'esito era implicito nelle premesse.

Grazie a questa omologazione la psichiatria ha guadagnato, almeno provvisoriamente, credito nel mondo medico. La figura dello psichiatra pazzo ha perso posizioni insieme ad altre caricature abituali: ciarlatano, stregone, sadico, seduttore, padre di famiglia. Infine lo psichiatra incarna soltanto la figura del medico specialista e ha il suo bravo organo di riferimento: il cervello. Ma il prezzo di questo successo è stato alto: la rinuncia alla ricerca del senso singolare di ogni follia e l’accettazione di una metafora meccanicistica, camuffata da spiegazione scientifica, della mente.

La cambiale più salata l’hanno tuttavia pagata i pazienti, siano essi psicotici o depressi o border-line o, più semplicemente, incapaci di adattarsi. Ridotti alla ragione medica e omologati nei cataloghi delle malattie mentali, spogliati di ogni altra identità fuori da quella residuale di malato, confinati in circuiti istituzionali “aperti” ma senza vie d’uscita.

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Una Risposta a Forme di vita

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