Valeria Burgio

The Refusal of Time è un’installazione audiovisiva a cinque schermi, il cui ritmo è scandito da una macchina pneumatica che pompa e respira al centro della sala. Proiettata per la prima volta sui muri di una vecchia stazione in disuso di Kassel alla tredicesima edizione di Documenta, è adesso ospitata dal MAXXI di Roma, come piatto forte della mostra “Vertical Thinking”, a cura di Giulia Ferracci. In concomitanza all’apertura della mostra, il teatro Argentina ha messo in scena lo spettacolo Refuse the Hour. I due lavori di Kentridge sono dedicati alle forme di resistenza alla standardizzazione del tempo, nell’epoca in cui tutti gli orologi del mondo furono sincronizzati e adattati ai fusi.

Sono gli stessi anni dell’invenzione del cinema che, con la sua capacità di riprodurre o invertire il movimento, costituisce a sua volta una forma di ribellione al tempo lineare della storia. Kentridge, che spesso ha usato forme cinematografiche arcaiche come modi di resistenza alle pressioni del contemporaneo, in queste opere porta il suo linguaggio all’estremo. La manipolazione del tempo di scorrimento della pellicola, attraverso l’inversione o il loop, non è solo un accorgimento tecnico che gli permette di risolvere problemi pratici, ma è direttamente connessa con il tema delle opere: il desiderio di sottrarsi a un destino prefissato.

Il pretesto da cui nasce Refuse the Hour è il mito di Perseo, una storia che Kentridge aveva ascoltato da ragazzino, raccontata dal padre durante un viaggio in treno. La racconta, in veste d’attore e conferenziere, all’inizio della performance teatrale. L’oracolo preannunciò al re Acrisio la morte per mano di un nipote non ancora nato; nonostante tutti gli accorgimenti presi, il bambino, Perseo, viene al mondo. Il re fa allora in modo di non doverlo mai incontrare e gli affida missioni impossibili come l’uccisione della Medusa. Ma il destino già scritto non può essere contrastato: Perseo, per una serie di circostanze e coincidenze, diventerà un involontario regicida. In scena Kentridge traduce in diversi modi la volontà di sottrarsi al concatenamento delle scelte sbagliate che porta al disastro: la danzatrice Dada Masilo ripete passi e gesti, imprigionata nella nevrosi dell’indecisione tra scelte che potrebbero portare a conseguenze opposte.

William Kentridge, Refuse the hour (2012)

Kentridge, accompagnando la voce con i passi, pronuncia frasi che poi inverte, mimando il desiderio di rimangiarsi le parole che accompagna il pentimento. La cantante Joanna Dudley risucchia virtuosisticamente le arie di Berlioz emesse dalla sua antagonista Donatienne Michel-Dansac: il cristallino canto del soprano viene aspirato in un vortice metallico che lo trasfigura. La voce inghiotte la concatenazione armonica in un impasto vibrante e cacofonico. È la migliore forma espressiva scelta per rappresentare acusticamente quel buco nero che alla fine dell’opera teatrale inghiotte, in modo un po’ troppo letterale e didascalico, tutti i personaggi in processione.

L’installazione audiovisiva del MAXXI The Refusal of Time lavora sull’inversione della pellicola ma soprattutto si serve dello spazio espositivo per potenziare il senso di disordine e frantumazione della narrazione. Un breve film muto racconta in parallelo su cinque schermi la stessa storia per poi frantumarla in un universo di possibilità: una giovane donna prepara la colazione; dopo aver salutato il marito che si reca al lavoro, apre la porta a un amante e lo abbraccia appassionatamente. Qualcuno bussa alla porta, i due amanti segreti cercano una soluzione: lei strappa la tovaglia dalla tavola imbandita rompendo le stoviglie, e con questa lo nasconde. I film, inizialmente solo lievemente fuori sincrono tra loro, cominciano a separarsi e a offrire soluzioni alternative. Uno torna indietro, ricostruisce la scena rassicurante della tavola apparecchiata e della coppia felice; un altro si incaglia nel loop della ripetizione dei movimenti – la tavola si distrugge e si ricostituisce, la donna batte le dita impazientemente; in un altro ancora, il marito tradito solleva la tovaglia per trovarvi, nella miglior tradizione dei trucchi per sostituzione (qui Kentridge è debitore del solito Georges Méliès) un trombone invece dell’amante.

William Kentridge, The Refusal of time (2012 - still da video)

Da una parte, dunque, Kentridge sfrutta le potenzialità del dispositivo cinematografico legate all’inversione della pellicola, e rimette insieme i cocci rotti che nel mondo reale non si possono più unire. Dall’altra, sfrutta le potenzialità spaziali dell’istallazione a schermi multipli per mostrare, attraverso il montaggio orizzontale, storie parallele e alternative scaturite dallo stesso nucleo iniziale, in una forma di biforcazione multipla della narrazione. La struttura “panoramica” dell’installazione multischermo frantumata in cinque diverse storie disperde l’attenzione dello spettatore, che avverte una perdita d’informazione. La desincronizzazione delle immagini le espone a uno stato di anarchia, come i metronomi che dettano il ritmo all’installazione all’inizio della performance: apparentemente coordinati, iniziano un po’ alla volta a sfasarsi, battendo tempi sincopati e disomogenei.

L’installazione multipla utilizza un altro dispositivo che appartiene all’archeologia del cinema, lo zootropio. Alcune brevi sequenze del film sono costituite da poche immagini in successione che ritornano in un loop continuo, come quel famoso cavallo di Muybridge che segnò l’avvio del cinema: l’artista che scavalca una sedia all’infinito; la danzatrice Dada che cammina su una sedia che l’artista sposta e risposta sotto i suoi piedi. Anche l’installazione, sembra suggerirci Kentridge, è una sorta di zootropio entro cui lo spettatore è intrappolato, una struttura ad anello dove le stesse immagini in movimento tornano e ritornano in loop. Come nel panopticon di Jeremy Bentham, lo spettatore è potenzialmente capace di controllare ogni cellula che lo circonda, ma non contemporaneamente: mentre tiene sotto osservazione qualcosa, qualcos’altro gli sfugge. È la struttura del “panorama”, letto normalmente secondo un asse temporale, in successione e non in simultaneità. Come il penitenziario di Bentham, lo zootropio è un “destino da cui non si può fuggire”, un “muoversi restando fermi”, come recitano le didascalie che accompagnano la proiezione.

L’inversione e il loop, forme espressive tipiche del cinema delle origini, diventano per Kentridge modi di resistenza alla linearità del tempo. Grazie al cinema, niente più è perduto. Si può tornare indietro, alla forma e all’ordine, anche dopo che il tempo o gli errori umani hanno provocato disordine e degradazione. C’è un piccolo film girato per esercizio nel 2003 che Kentridge titola giocosamente: “Jackson Pollock makes Robert Ryman”. Un’azione di dripping viene invertita fino a diventare una tela bianca immacolata.

Kentridge è ben cosciente del discorso corrente della critica d’arte sull’entropia e sull’informe, e con questo video garbatamente derisorio dimostra come una scelta di campo stilistica, forse sovraccaricata dalla critica di un eccesso di senso, possa nascere da esperimenti giocosi che, con leggerezza, dimostrano la capacità di andare contro il tempo dell’arte. L’atteggiamento verso il disordine è alla fine indulgente: sebbene la ricostituzione della forma e la possibilità di non ripetere errori fatali appartengano al regno dell’anti-entropia, il disordine e la dispersione di energia sono essenziali per andare in controtendenza all’azione annientante del buco nero.

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