Maddalena Giovannelli

È costato due anni di lavoro, di incontri e di interviste lo spettacolo che Marco Martinelli e il suo Teatro delle Albe hanno dedicato a Marco Pantani; la produzione, dopo il debutto ravennate e una breve tournée francese, approderà in Maggio al Teatro Elfo Puccini di Milano. Per il suo contraddittorio eroe contemporaneo Martinelli ha scelto un racconto antico, in bilico tra epos e tragedia. Proprio come nell’epica, del prode bisogna menzionare la discendenza: la narrazione parte dal selvatico genos romagnolo, passa dal nonno Sotero per arrivare poi a Tonina e Paolo Pantani, depositari della memoria del figlio Marco. Proprio come nella tragedia, agli episodi si alterna il Coro: un coro consapevole, ironico, capace di rintracciare responsabilità e di chiamare in causa colpevoli. E proprio come nella Grecia antica, la tragedia e l’epica parlano alla polis: e il “Pantani” del Teatro delle Albe è uno spettacolo più che mai politico.

La parabola del giovane romagnolo che ascende all’Olimpo delle divinità sportive per poi essere precipitato negli abissi della vergogna mediatica è continuamente messa in relazione alle coeve trasformazioni sociali: gli anni Novanta, il vaso di Pandora scoperchiato da trasmissioni come “Colpo Grosso” di Smaila (“la sua trasmissione / Colpo Grosso / all’insegna del vorrei / e ora posso”) e la discesa in campo di Berlusconi. Ed ecco che tutta la vicenda Pantani diviene un inquietante e cristallino specchio della nostra Italia, pronta a innalzare i suoi idoli per poi lasciarli stritolare dai meccanismi di potere, voltata dall’altra parte. Ad apertura di sipario, tutto è già accaduto: ai genitori e al pubblico – chiamato come testimone di una bizzarra commemorazione funebre – non resta che ricordare, riflettere e indagare la verità. La prima parte è quella del racconto: si ripercorre l’adolescenza inquieta di Pantani, il culto della bicicletta (“come la trattava quella bicicletta, la trattava come una fidanzata. Se la portava in casa anche se era infangata, e via, nella vasca da bagno, forse arrivava anche a dormirci insieme”), le giornate di allenamento mangiando solo una fetta d’anguria, i primi trionfi, l’Italia in visibilio per il giovane venuto dal niente capace di riportare il ciclismo nel gotha degli sport, l’annus mirabilis 1998 con la doppia vittoria Giro d’Italia e Tour de France.

Poi il nodo drammatico, lo spartiacque, il punto di non ritorno: Madonna di Campiglio, anno 1999. Pantani - trovato positivo a un esame tossicologico che solo sei mesi dopo sarà dichiarato scarsamente affidabile - viene escluso dal Giro. Circondato dalle forze dell’ordine, Marco viene chiuso in macchina e portato via davanti agli occhi di tutta la nazione: come si addice al regno dei media, un’immagine è una condanna senza possibilità di redenzione. Ed è da qui che il racconto si trasforma pian piano in inchiesta: fioccano date, nomi, atti di processi. Il testo indaga le politiche anti-doping del CONI, le relazioni tra il ciclismo e altri sport più remunerativi, le zone d’ombra di un settore legato a doppio filo a enormi interessi economici. La scrittura di Martinelli passa poi una mano delicata attraverso giorni della droga e della depressione e si tiene distante, pudica e rispettosa, dalle ore della morte. Lontano dai toni scandalistici a cui siamo assuefatti (ma di cui lo spettacolo offre una condanna ferma e mai retorica) il testo piange il morto, non ne viola l’intimità.

L’eroe resta presenza assente, proprio come i defunti nelle commemorazioni: raccontato dai genitori, dal Coro, e da un giornalista deciso a indagare tra le pieghe dei fatti, Pantani compare nelle parole altrui e nei video proiettati sullo sfondo. Pare di sentire la sua voce solo in un momento: quanto la madre Tonina (una straordinaria Ermanna Montanari) legge le parole incise da suo figlio, a mo’ di testamento, nelle pagine del passaporto. Stornando il rischio della mera biografia e del culto della personalità, la drammaturgia traccia di continuo relazioni tra il particolare e l’universale, tra il singolo avvenimento e una più ampia riflessione su trasformazioni e storture sociali. Per Aristofane e per la sua commedia politica è stato coniato un verbo: onomastìcomodein, apostrofare per nome. Il teatro, di fronte alla totalità della cittadinanza, si prendeva la responsabilità di alzare l’indice per additare i colpevoli di ingiustizie e iniquità. Con “Pantani”, il Teatro della Albe recupera proprio questa dimensione: Martinelli snocciola nomi e cognomi influenti (molti dei quali ancora stampati sulle poltrone dirigenziali), ma l’indice è puntato anche verso il pubblico, verso una società allo stesso tempo allo stesso tempo vittima e artefice dei meccanismi narrati.

Tra gli spettatori, nelle repliche ravennati, sono comparsi genitori, parenti e amici di Pantani, desiderosi di veder rappresentata una parte della loro vita. Qui risiede la vigorosa valenza politica del racconto di Martinelli: nella responsabilità verso questi ascoltatori, cui si offre la narrazione di una vicenda in loro ancora viva, aperta, aggrovigliata.

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Una Risposta a Pantani

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