Jón Kalman Stefánsson

Da qualche parte, in quella densa bufera di neve e nel gelo, comincia a far sera, e la notte d’aprile si introduce tra i fiocchi di neve che si accumulano sull’uomo e sui due cavalli. Tutto è bianco di neve e di ghiaccio, eppure sta arrivando la primavera. Avanzano con difficoltà contro il vento del nord che è più forte di qualsiasi altra cosa, in questo paese, l’uomo si piega in avanti sulla sua cavalcatura, aggrappato alle briglie dell’altro cavallo, sono completamente bianchi e ricoperti di ghiaccio e probabilmente non tarderanno a mutarsi in neve, il vento del nord li porterà via prima che arrivi la primavera. I cavalli sprofondano nella neve molle, quello di dietro porta in groppa un fardello indistinto, un baule, dello stoccafisso oppure due cadaveri e l’oscurità s’ispessisce, senza tuttavia diventare mai buio pesto, è aprile, dopotutto, e progrediscono grazie a una testardaggine ammirevole quanto inerte, caratteristica di chi vive ai confini del mondo abitato. Certo, è sempre una tentazione darsi per vinti, del resto sono in molti a farlo, lasciano che il quotidiano li ricopra dei suoi fiocchi fino a ritrovarsi seduti immobili, finite le avventure, basta fermarsi e lasciarsi rivestire di neve nella speranza che un bel giorno il cielo schiarisca e torni il sereno. Ma i cavalli e il fantino continuano a opporre resistenza, continuano ad avanzare anche se niente sembra più esistere nell’universo se non quella bufera, tutto il resto è sparito, una nevicata del genere cancella i punti cardinali, il paesaggio, anche se in quella neve si nascondono alti monti, gli stessi che ci sottraggono un bel pezzo di cielo, perfino nei giorni migliori quando tutto è azzurro e terso, e ci sono uccelli, fiori e probabilmente anche il sole che splende. Non alzano la testa nemmeno quando d’un tratto il frontone di una casa emerge bruscamente da quella bufera insensata e si fa loro incontro. Di lì a poco appare un altro tetto. E poi un terzo. E un quarto. Ma loro continuano la loro marcia stentata come se nessuna vita, nessun calore li riguardasse più, e che niente importasse loro, se non quel movimento meccanico, s’intravede addirittura una luce tra i fiocchi di neve, e la luce è un messaggio di vita. I tre sono arrivati davanti a una grande casa, il cavallo si avvicina fin sotto i gradini, alza la zampa anteriore e batte con fervore contro lo scalino più basso, l’uomo mormora qualcosa e il cavallo smette, poi aspettano. Il primo cavallo dritto, le orecchie tese, mentre quello dietro a testa bassa, come immerso in meditazione, i cavalli pensano molto, tra tutti gli animali sono quelli che più somigliano a un filosofo.

Infine la porta si apre e un uomo esce sulle scale, socchiude subito gli occhi davanti all’aggressione della nevicata, rattrappito per il vento gelido, il tempo comanda ogni cosa qui, plasma la nostra vita come argilla. Chi è, dice con voce forte e scruta verso il basso, la neve turbinosa spezza la visuale, ma né il fantino né i cavalli rispondono, si contentano di guardarlo a loro volta e attendono, anche l’animale che sta più indietro con il suo fardello. L’uomo sulla soglia chiude la porta, discende cautamente gli scalini scivolosi, si ferma a metà, allunga il collo per vedere meglio e allora il cavaliere emette finalmente un suono rauco e gorgogliante, come dovesse ripulire il linguaggio dalla brina e dalla maldicenza, apre la bocca e chiede: E tu chi diavolo sei?

Il ragazzo indietreggia, sale di un gradino, a dire il vero non lo so, risponde con quella sincerità che non ha ancora perduto e che lo rende un idiota o un saggio: Nessuno in particolare, presumo.

Chi c’è lì fuori, chiede Kolbeinn, il vecchio capitano che siede davanti a una tazza di caffè vuota e rivolge i suoi specchi dell’anima spenti verso il ragazzo che è tornato dentro e muore dalla voglia di non rispondergli affatto, eppure si lascia scappare, è Jens il postino su un cavallo ghiacciato, vuole parlare con Helga, e poi oltrepassa a grandi falcate il capitano seduto nella sua tenebra eterna.

Il ragazzo sale in fretta le scale interne, si riversa lungo il corridoio e poi sale al piano superiore a tre gradini alla volta. Si distrae quasi in quella sfida, sbuca come uno spettro oltre l’apertura e si ritrova poi, ansante, nel sottotetto, assolutamente immobile mentre gli occhi si abituano alla penombra. Fa quasi buio quassù, una piccola lampada a olio sta posata per terra e la vasca si rivela accanto alla finestra piena di neve e di vespro, le ombre fluttuano nell’aria ed è come se fosse proiettato in un sogno. Vede i capelli neri corvini di Geirþrúður, una spalla bianca, gli zigomi alti, una metà del seno e le gocce d’acqua sulla pelle. Distingue Helga accanto alla vasca da bagno, con una mano sul fianco, una ciocca di capelli si è liberata dalla crocchia e ricade di traverso sulla fronte, non l’ha mai vista così scomposta. Il ragazzo gira di scatto la testa, come per svegliarsi, si volta subito e guarda altrove, benché non ci sia niente di particolare su cui poter fissare lo sguardo, se non il buio e il vuoto, luoghi in cui un occhio vivo non dovrebbe mai guardare. Il postino Jens, dice, sforzandosi affinché il battito del cuore non interferisca con la voce, ma evidentemente invano: È arrivato il postino Jens, e chiede di Helga. Puoi anche voltarti da questa parte, o sono forse tanto brutta?, dice Geirþrúður. Smettila di torturare questo ragazzo, dice Helga. Che danno può fargli, vedere una vecchia nuda?, dice Geirþrúður e il ragazzo la sente uscire dalla vasca. La gente fa il bagno, pensa a certe cose, si lava, e poi si alza dalla vasca, sono tutte cose piuttosto banali, ma anche le cose più banali in questo mondo possono costituire una seria minaccia.

Helga: Adesso puoi anche voltarti.

Geirþrúður si è avvolta in un grande asciugamano ma le spalle sono ancora nude e i capelli scuri come dicembre sono bagnati e selvaggi, e senza dubbio perfino più neri che mai. Il cielo è vecchio, non tu, dice il ragazzo, e allora Geirþrúður ride, una risata bassa e profonda, e dice, sarai pericoloso, ragazzo, se un giorno perderai la tua innocenza.

 

Kolbeinn mormora quando sente Helga e il ragazzo avvicinarsi, il volto coperto di rughe e di profonde incisioni lasciate dai colpi di frusta della vita si contrae e la mano destra avanza lentamente sul tavolo, si fa avanti a tentoni come un cane dalla vista debole, spinge la tazza di caffè vuota e carezza un libro, e allora improvvisamente l’espressione si distende, la letteratura non ci rende schivi, ma sinceri, è la sua natura, per questo può essere una forza non da poco. I tratti di Kolbeinn s’induriscono quando il ragazzo e Helga entrano in sala da pranzo, ma lascia la mano ancora sul libro, Otello nella traduzione di Matthías Jochumsson. Trattenete le mani, voi, miei partigiani, e gli altri! Se la mia risposta avesse dovuto formularsi con la spada, l’avrei saputo da me, senza spunto alcuno.1 Helga si è avvolta uno spesso scialle blu intorno alle spalle, lei e il ragazzo passano davanti a Kolbeinn che finge di ignorarli, ed eccoli fuori. Helga osserva Jens e i cavalli, tutti e tre quasi irriconoscibili, bianchi e incrostati di ghiaccio. Perché non entri, buon per te, chiede, un tono un po’ tagliente. Jens alza la testa per guardarla e dice, a mo’ di scusa: A dire il vero, il gelo mi ha incollato al cavallo.

Jens tratta sempre le parole con ponderatezza, e inoltre è particolarmente laconico adesso, appena rientrato com’è da un giro di consegna lungo ed estenuante durato tutto l’inverno, del resto che se ne fa, uno, delle parole se si trova in mezzo a una bufera accecante, in una brughiera spazzata dagli agenti atmosferici dove ogni punto cardinale si confonde? E quando dice di essere incollato al cavallo lo dice sul serio, le parole sono diventate completamente trasparenti e non hanno alcun significato recondito, nessuna ombra, come a volte tendono a fare. Il gelo mi ha incollato al cavallo: significa che l’ultima grande cascata che ha attraversato, più o meno tre ore fa, aveva mascherato la sua profondità in quel tempaccio da lupi, Jens si era inzuppato fino alle ginocchia nonostante il cavallo fosse alto, il gelo di aprile si era consolidato all’istante, il cavallo e l’uomo erano congelati insieme in modo talmente preciso che Jens non poteva muoversi per niente, non riusciva a smontare dalla sella e aveva dovuto lasciare che il cavallo zoccolasse sul gradino inferiore per avvertire della propria presenza.

Helga e il ragazzo devono mettercela tutta per staccare Jens dalla sella e sostenerlo poi su per i gradini, non è roba da poco, è un uomo imponente e pesa certo più di cento chili, lo spesso scialle di Helga è già diventato tutto bianco di neve quando finalmente riescono a farlo smontare, e restano ancora i gradini da salire. Jens sbuffa di rabbia, il gelo gli ha sottratto tutta la virilità e lo ha trasformato in un vecchio indifeso. Avanzano esitanti per le scale. Una volta nella sala da pranzo Helga una volta ha preso un marinaio ebbro, un tipo ben piantato, e l’ha scaraventato fuori come fosse stato spazzatura, Jens inconsciamente le addossa gran parte del proprio peso, ma chi è poi questo ragazzino, non sembra molto robusto, potrebbe spezzarsi sotto i fiocchi di neve, figuriamoci un braccio pesante. I cavalli, mormora Jens sul quinto scalino, sì, sì, risponde Helga. Ero incollato al cavallo e non riuscivo a camminare senza un sostegno, dice Jens a Kolbeinn quando Helga e il ragazzo lo portano, lo trascinano per la stanza. Slega il baule dal cavallo, dice Helga al ragazzo, da qui in avanti mi occupo da sola di Jens, poi conduci i cavalli da Jóhann, dovresti riuscire a trovare la strada, e poi fa’ sapere a Skúli che Jens è arrivato. Ce la farà, questo, con il baule e i cavalli, chiede Jens dubbioso lanciando un’occhiata di sfuggita al ragazzo, è più forte di quanto sembri, dice Helga, e il ragazzo trascina dentro il baule, poi si infila gli indumenti più caldi e si addentra nella notte che si abbuia e in quel tempo da lupi con due cavalli stremati.

Traduzione di Silvia Cosimini, per gentile concessione della casa editrice Iperborea, 2012

1 Otello, atto 1, scena 2 [N.d.T.].

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