Raffaella Perna

Nel presentare le opere di Luigi Ontani alla galleria San Fedele di Bologna nel 1970, Renato Barilli aveva notato già come il lavoro dell'artista fosse teso tra le spinte contrapposte dell'ordine e del disordine, della durata e dell'effimero, del serio e del faceto. All'epoca Ontani presentava una serie di oggetti dalle forti componenti ludiche, che assumevano senso nel venire indossati e azionati. Tali opere, realizzate con materiali poveri e fragili in opposizione alla monumentalità propria della scultura classica, figurano oggi nella mostra AnderSennoSogno curata da Luca Lo Pinto presso il Museo Hendrik Christian Andersen a Roma, accanto ai più celebri tableaux vivants fotografici in cui l'artista si spoglia dei propri abiti per assumere identità nuove. Ontani cambia pelle, dando vita a personaggi ambigui, efebi dal corpo ibrido, creature sempre in bilico tra un sottile erotismo, una leggera ironia e un gusto vagamente kitsch.

Luigi Ontani, AnderSennoSogno - Museo Hendrik Christian Andersen (© Matteo Alessandri)

Spinto da una propensione verso il fiabesco e l'esotico, Ontani impersona di volta in volta figure tratte dalla cultura popolare, dalla favola, dalla mitologia, creando messe in scena dove iconografie occidentali e orientali si fondono per dare corpo a visioni fantastiche: «Sono assolutamente presente – ange infidèle, androgino, efebo, ermafrodto, ibrido, sagittario, eteroclito […]», scrive Ontani all'inizio degli anni Settanta. La storia dell'arte s'incarna nel corpo stesso dell'artista: in mostra trovano spazio le gigantografie dedicate ai Prigioni di Michelangelo, in cui Ontani dà vita alle sculture cinquecentesche posando davanti all'obiettivo fotografico come Schiavo morente, Schiavo ribelle, ecc., in un rapporto con il passato che si sottrae a una logica lineare del tempo.

L'artista fonda una propria dimensione temporale, essenzialmente astorica, dove il passato non è più concepito come stato esistenziale ed esperienziale irripetibile, ma al contrario come condizione ricreabile e attualizzabile nel presente. Il legame strettissimo che Ontani intrattiene con la scultura si rivela con evidenza nella gipsoteca di Andersen: qui l'artista reinventa l'identità delle sculture, vestendole con le maschere musicali prodotte a Bali nel corso degli ultimi quindici anni. Ontani si pone così in rapporto dialogico con lo spazio e con l'opera di Andersen, instaurando una relazione fondata sull'ossimoro e sulla dissonanza.

Luigi Ontani, AnderSennoSogno - Museo Hendrik Christian Andersen (© Matteo Alessandri)

La retorica e la possenza dei calchi dello scultore norvegese trovano infatti un contrappunto leggero e ironico nelle maschere balinesi che Ontani colloca, istrionicamente, sui volti di gesso. L'effetto straniante viene amplificato dalla musica sperimentale del compositore e performer newyorkese Charlemagne Palestine, che per l'occasione ha concepito una sonorizzazione basata sulla rielaborazione delle registrazioni delle singole maschere fatte suonare dallo stesso Ontani.

Luigi Ontani
AnderSennoSogno
a cura di Luca Lo Pinto
Museo Hendrik Christian Andersen
fino al 24 febbraio

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Una Risposta a L’identità come invenzione

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