Teatro Valdoca a Sant'Arcangelo 2012

Cristina Grazioli

Lievi i passi di Cesare Ronconi che scandiscono le andature del tempo coordinate da Enrico Pitozzi alle quali, insieme al regista di Teatro Valdoca, hanno preso parte Simone Caputo, Francesco Giomi e Bruna Gambarelli (Le andature del tempo: variazioni su John Cage, Santarcangelo, 21 luglio 2012). Più che la celebrazione del centenario del compositore, un tentativo in punta di piedi di porsi in relazione ad un nume tutelare delle arti del Novecento, troppo spesso citato e troppo poco conosciuto e attraversato, come dice con velato rammarico Ronconi.
Dall'incontro emerge chiara e condivisa l'idea che Cage e la sua ricerca siano stati senz'altro assimilati dalla scena teatrale ma non veramente da quella musicale. Non è questa l'occasione per seguire i fili che si dipanano da queste considerazioni, ma ricordiamo almeno una citazione di Bob Wilson: «John Cage said: Nothing has changed but now our eyes and ears are ready to see and hear» (citato nel programma di sala di Shakespeare Sonette).

Ci apre gli occhi e le orecchie l'aria intrisa di polvere luminosa che aleggia nello spazio dello Sferisterio, uno spazio incavato davanti alle antiche mura, al pari della cavità più volte evocata da Ronconi – il vuoto come dimensione della creazione. Una spianata longitudinale alla base della cinta muraria dove la “comunità nomade” di Valdoca si è accampata facendo dello spazio aperto una dimora, il luogo ospitale della condivisione di spazio e di tempo con i giovani del seminario residenziale di questi giorni. Per una settimana il gruppo, guidato da Silvia Mai e Lucia Palladino e diretto dal regista, ha costruito Le case dei sogni di John Cage, presentato poi nella serata conclusiva del festival insieme a Cage's Parade (con gli attori della compagnia).

Lo spettacolo si apre con il frammento “cageano” del Finnegans Wake di Joyce, pronunciato da Gabriella Rusticali, che risuona da un impianto tecnologico in dialogo con lo spazio antico. La cavità sembra interiorizzarsi grazie alla voce profonda dell'attrice in assenza.
Parabole diffondono il suono e agiscono anche da riflettori, accanto ad altri dispositivi a vista. È una luce abbagliante, come di consueto accade negli spettacoli di Valdoca, e necessaria all'oscurità. Abbagliante il testo (detto da Leonardo Delogu), creato sul motivo dello stare fermi come premessa di un interiore esercizio di sottrazione dell'inutile per mettere a nudo la sostanza, di sé e delle cose. Cose che rilkianamente possono occupare lo spazio in tutta la loro pienezza vitale solo se lasciamo loro lo spazio e il tempo. La quiete consente l'emergere della profondità, lo spazio tra le cose le lascia crescere e maturare, scriveva Rilke. E lo scriveva a proposito della scena. Qui «si può, stando fermi, molto fermi, sostenere una stella», scrive Mariangela Gualtieri.

L'orizzonte sonoro e visivo sembra essere la ricerca di una dimensione primigenia: entro l'impianto scenico longitudinale, alla sinistra degli spettatori un cerchio evoca una dimensione tribale; ai lati due tende Apaches (le case dei sogni). Anche trucco e costumi (corpi segnati dall'argilla e dal colore rosso, indumenti ridotti all'essenziale, colori naturali) compongono un'immagine “primitiva”; così come le danze, dalla gestualità rituale e animale.

Le luci bianche modulano la scena pittoricamente alternando luce calda e fredda, gialla e bianca. Solo un faro è rosso, collocato nello spazio centrale e diretto verso la parte sinistra, quella del cerchio, che sembra serbare memoria di un'Origine. Nello spazio centrale prossimo a questa luce rossa nella seconda parte si coagulerà la scena. Non usiamo casualmente questo verbo, dato che i colori nero, bianco, giallo, rosso - ricorrenti nel lavoro di Valdoca - sono sì colori dalla forte evocazione simbolica, ma sono anche le cromie del processo alchemico.

I danzatori attraversano ripetutamente lo spazio, raccogliendosi a volte in una danza circolare, affrontando il limite costituito dalle mura: allineati, rendono più visibili le mani e gli avambracci rossi. Piccole figure che danno forma ad un coro brulicante che cerca di arrampicarsi come per risalire da questa cavità. Sulle mura le loro ombre come di insetti, contro la maestosità del luogo. Non le forme ma i colori sembrano costituire gli accenti visivi di questo affresco.

L'occhio dello spettatore non può abbracciare l'intero luogo dell'accadere: è il suono che consente di cogliere come esperienza intensiva l'accadere scenico.

Ritorna la voce che riprende il testo di Joyce, facendo da raccordo a Cage's Parade. La musica ora è di Cage (insieme a David Tudor e a Morton Feldman) ed emozionano i passaggi in cui la sua voce abita lo spazio in cui ci troviamo, amplificata dalla fonica ma anche dalla luce.
Ora le ombre sono gigantesche, figure del Sovrumano. Questa variante, che dell'«ultimo abbozzo prima dell'umano» sembra offrire la dimensione gloriosa, prevede una concentrazione dei movimenti al centro dello spazio, non più dilatato longitudinalmente. Se nella prima parte «tutto il presente esplode», qui sembra implodere: le luci più concentrate, il quadro visivo meno giocato sul chiaroscuro e più sull'accecamento. Un abbaglio che può penetrare da feritoie «Stando molto fermi si crea una fessura perché qualcosa entri e faccia movimento in noi [...] e stando fermi la luce entra anche nella più tetra delle notti».

Come precedentemente i performer davano forma allo spazio spostando le luci come fiaccole (ma anche potenti fari), ora lo modificano spostando il suono (gli altoparlanti).

Infine anche due parabole a terra vengono spostate: una bianca e l'altra (metallica) nera, riflettendo la notte. Vengono avvicinate, le cavità di questi oggetti tecnologici dalla forma primaria si guardano, formano una sorta di conchiglia primordiale e futuribile. La cavità cui fanno da riparo questi simboli della luce e delle tenebre sembra suggerire che lì, nella luce-suono, va cercata l'Origine.

A suggellare tale “visione sonora” Mariangela Gualtieri scende verso questo punto originario e dice un testo tratto da Paesaggio con fratello rotto: come una dichiarazione di poetica, del tutto calzante per un profondo omaggio a Cage.

Queste ore conclusive del Festival di Santarcangelo (e un degno epilogo che festeggia i cent'anni di Cage con torta “sovrumana' e danze di tutti) offrono l'occasione di una esperienza spazio-temporale dilatata, dove le “cose” - pensando a Rilke - e i suoni - pensando a Cage - esistono nella propria immanenza, dove i segni ritrovano la loro appartenenza alla sostanza, senza fratture - in una dimensione di poesia.

Non si tratta di rivelare qualche cosa di nascosto, bensì di rendere manifesta una natura autentica («Nulla è cambiato, ma ora i nostri occhi e le nostre orecchie sono pronti per vedere e per sentire»...).

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