Arianna Di Genova

Una casa rossa e alla finestra, una ragazzina con vestitino rosa sopra le ginocchia e binocolo sempre puntato lontano, a scrutare segreti e misteri. Dentro, c’è un giradischi acceso a guidare le noiose giornate e tre piccole pesti in ascolto. È Benjamin Britten Young Person’s Guide to the Orchestra, che su un tema di Purcell presenta diversi strumenti che eseguono poi una fuga: una colonna sonora questa che non sarà per niente casuale.

Ciabattano in casa due genitori stralunati, Bill Murray e Frances McDormand, il signor e la signora Bishop, così poco consoni come coppia anche solo a un primo sguardo che di più non è lecito immaginare. Stacco, dall’altra parte in un campo scout, il capo Ward (Edward Norton) è costretto a fare i conti con un’amara verità: la «recluta» meno addomesticata e la più invisa al gruppo, Sam Shakusky, ha fatto un bel buco nella tenda e invece di presentarsi a colazione è fuggito via, diretto chissà dove. Scatta la caccia, ma i dispersi presto si riveleranno essere due. Pure innamorati, incompresi, solitari, eccentrici amanti bambini.

Siamo nel 1965, su un’isola battuta da piogge, venti e uragani che riecheggia - almeno nel suo essere arroccata in un altrove non ben definito, anche se geograficamente esiste ed è il New England - quella dei ragazzi perduti di Peter Pan che vagano nella natura come sonnambuli. Alla macchia insieme a Sam s’è data pure Suzy, ragazzina risucchiata nell’infelicità preadolescenziale: ama leggere e come Wendy la ritroveremo più volte a intrattenere con i romanzi (in seduta notturna o crepuscolare) il suo compagno di avventura, orfano difficile, dal carattere poco disciplinato ma con un senso dell’orientamento nella vita – oltre che nella foresta – che ha del prodigioso.

Sulle loro tracce ci sono scout incattiviti e punitivi (poi convertiti alla ribellione), il boss del campo incapace di autorevolezza, un poliziotto malinconico (Bruce Willis), un’invasata «hostess» tutta virata in blu dei servizi sociali (la magnifica Tilda Swinton, in bilico fra una soldatessa delle SS e un’arcigna zitella che si riscatta sciogliendo il proprio cuore). C’è spazio anche per un cameo: il capo anziano degli scout, il grado più alto è impersonato da un sornione Harvey Keitel. Film che sfodera a ogni inquadratura colori nostalgici, da postcard dei Sixties, Moonrise Kingdom di Wes Anderson (sugli schermi italiani da oggi 5 dicembre) è un album vintage di «antifamiglia», spesso dai toni fumettistici, sulla fine dell’infanzia e gli inizi di un’esistenza dove il corpo muta e va a tentoni in cerca di identità. A volte, incontra pure il sesso.

Non piacque a parte della critica e del pubblico scoprire che due dodicenni si potessero palpare in riva alla spiaggia con la malizia tipica di chi sta crescendo. Ma erano evidentemente degli adulti deviati, gli stessi da cui scappano i due teens coalizzati contro la banalità. Quando invece i grandi sono dalla loro parte, allora il mondo si rischiara, anche se infuria la tempesta, quasi da giudizio universale. E Sam e Suzy - come attori alla loro prima volta - diventano marito e moglie, con un rito elegante e improvvisato che dribbla qualsiasi legge e «tutor» da tribunale. Poi, torneranno in «affido» in case diverse. Ancora una volta, eludendo ogni sorveglianza, complice il poliziotto un tempo triste, che forse non ha dimenticato la sua di adolescenza.

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