Giorgio Mascitelli

Nelle scorse settimane i giornali hanno riportato la notizia delle polemiche seguite alla morte per infarto di un viaggiatore del freccia rossa Torino-Roma, che, colpito dall’attacco poco dopo la stazione di partenza, è stato fatto scendere per essere assistito solo alla stazione di Rho, alle porte di Milano. I responsabili del servizio ferroviario si sono giustificati affermando che il tempo che sarebbe servito per far uscire il treno dalla linea dell’alta velocità e condurlo in una stazione intermedia è uguale o maggiore di quello impiegato per arrivare a Rho.

Al di là della ricostruzione specifica dell’episodio, questa linea argomentativa dei responsabili rende evidente che non sia possibile parlare in questo caso di un disservizio o di una cosa «che può capitare solo in Italia», come si usa dire in circostanze del genere specie nelle formule giornalistiche. Al contrario il servizio si è mostrato perfettamente all’altezza dei parametri per i quali è stato predisposto. Infatti l’alta velocità ferroviaria, come è noto, viene raggiunta grazie a un treno molto veloce che viaggia su una linea apposita separata da tutti gli ostacoli, e da tutte le possibilità, che offre il normale territorio nel tentativo di imitare il percorso di un aeroplano, dove non c’è del resto possibilità di offrire cure mediche né di sbarcare eventuali malati.

Che questi treni supersicuri, superveloci, superconfortevoli, in una parola superiori in certe circostanze, fortunatamente rare, possano diventare più inefficienti di un volgare accelerato per pendolari che svolge servizio in una zona economicamente depressa non è un paradosso, ma dipende direttamente dalla loro ragion d’essere. Questo tipo di servizio infatti non offre soltanto un tempo di viaggio compresso, ma anche, per così dire, irreversibile e automatizzato per evitare qualsiasi genere di imprevisto. Quando tuttavia l’imprevisto, incosciente del fatto di non essere più previsto, salta fuori, emergono anche i limiti di questo modo di viaggiare. Il viaggio moderno, già diventato abbastanza sicuro e dunque privo di aloni avventurosi, resta pur sempre un momento propizio agli inconvenienti, al quale il viaggiatore deve fare fronte. Questo nuovo modo di viaggiare postmoderno, che mi sembra trovi il suo archetipo logico nel teletrasportatore di persone montato sull’incrociatore stellare U.S. Enterprise della serie Star Trek, cerca di eliminare anche questo banale elemento dell’esperienza umana.

Mi verrebbe quasi da chiamare simili percorsi non viaggi in omaggio alla categoria dei non luoghi, descritta da Marc Augé, perché mi sembra che questo tipo di spostamenti sia lo sviluppo in una dimensione spazio-temporale di una premessa già presente nella nozione di non luogo. Se il non luogo ha ormai compresso o cancellato il rapporto con il circostante in senso storico, il non viaggio cerca di riprodurre lo stesso rapporto sul piano geografico rimuovendo il territorio da percorre con i suoi ostacoli. Ora poi che il viaggio in crociera ha raggiunto dimensioni di massa, è possibile fare l’esperienza dei non luoghi che assimilano a sé anche i luoghi pregni di storia.

Cosa altro significa d’altronde arrivare quasi in piazza San Marco, tralasciando gli aspetti rischiosi di una simile manovra, con una grossa nave se non offrire un spettacolo in tre dimensioni più vero del vero? Per tornare ai treni, però, non è forse un caso che le principali stazioni ferroviarie italiane abbiano subito ristrutturazioni, che le hanno riempite di negozi e servizi superflui, rendendole simili ad aeroporti, il non luogo per eccellenza, proprio con lo sviluppo dell’alta velocità. Insomma, se la meta è nel viaggiare, come recitano alcuni slogan pubblicitari, ci siamo allontanati da essa.

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3 Risposte a Non viaggi

  1. Alberto ha detto:

    Sono d’accordo con la tesi dell’articolo. Aggiungo che mentre la storia della ferrovia in Italia è fatta di inclusione, ovvero i treni hanno unito l’Italia rendendola più vicina e più collegata; l’alta velocità privilegia solo alcuni nodi, le metropoli, e trascura tutto il resto. Con il risultato che i luoghi, le cento città del Paese, si sono allontanate. Questa accada sia al nord, sia la sud. Insomma il progresso tecnologico non coincide con il progresso sociale e culturale. Mi viene in mente che I. Illich aveva ragione a sostenere che oltre una certa soglia di velocià si determiano solo ingiustizie sociali. Conclusione la bicicletta è più democratica del treno AV.

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