G.B. Zorzoli

Per produrre un hamburger da 150 grammi occorrono 2400 litri di acqua potabile, 2000 per una T-shirt di cotone, almeno 8000 per un paio di scarpe di cuoio. Sono alcuni dei dati che D’Angelis e Irace forniscono nel loro libro sui problemi idrici, non a caso intitolato Come riparare l’Italia. Non solo, infatti, siamo poco consapevoli del consumo d’acqua richiesto per consumi considerati normali, ma dello spreco di questa risorsa nel nostro paese, dove reti idriche vetuste o scarsamente soggette a manutenzione fanno sì che la percentuale d’acqua persa per strada sia quattro volte quella tedesca e più del 50% di quella inglese.

Non si spreca solo una risorsa preziosa: l’energia spesa per il suo sollevamento e trasporto emette nell’atmosfera una quantità di anidride carbonica pari a quella di un milione di automobili che percorrono 20.000 km all’anno. Così, con lo spreco d’acqua aggraviamo il riscaldamento globale, che a sua volta contribuisce alla contrazione delle risorse idriche disponibili. Come se non bastasse, viviamo in un paese dove quasi il 30% della popolazione risulta priva del servizio di depurazione delle acque, con il conseguente impatto ambientale, mentre l’uso spesso criminale, comunque dissennato, del territorio, e la contemporanea assenza di interventi tempestivi per il suo riassetto, comportano spese elevate per affrontare le cosiddette emergenze: finanziaria dopo finanziaria, il piano nazionale anti-dissesto è rimasto senza soldi.

Ma questo non è solo un appassionato libro-denuncia. Non mancano infatti proposte per la realizzazione di una blue economy che si affianchi alla green, con indicazione degli strumenti con cui attuarle; una strategia basata per lo più sulla manutenzione, sul recupero, sulla razionalizzazione dei consumi, meno su quelle che gli autori definiscono «nuove opere strategiche», limitate al necessario. In estrema sintesi, come riparare l’Italia: secondo il compendio del titolo.

Malgrado sia scritto da due esperti attualmente ai vertici di importanti operatori nel settore idrico, il volume coniuga insomma il rigore dell’analisi e della documentazione con una visione dei problemi e una strategia per risolverli difficilmente classificabili come tecnocratiche. Anche nel finale, dove ricostruiscono le vicende più recenti, dai referendum del 2011 all’attribuzione della sorveglianza e regolazione del settore idrico all’Autorità per l’energia elettrica e il gas, pur esprimendo riserve sulle motivazioni della consultazione referendaria, in merito al da farsi avanzano proposte che meritano attenzione da parte di chi è attivo nel movimento in difesa dei beni comuni (collocazione condivisa da D’Angelis e Irace nel caso dell’acqua). L’aprioristico rifiuto di un confronto nel merito porterebbe acqua al mulino dell’autoreferenzialità, non da oggi la deriva più dannosa per movimenti come quello a difesa dei beni comuni.

IL LIBRO
Erasmo D’Angelis-Alberto Irace
Come riparare l’Italia

Dalai Editore (2012), pp. 255
€ 18

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