Maria Grazia Calandrone

L’entità astratta ACEA si materializza esclusivamente in homunculi stipendiati per eseguire ordini di distacco, quantunque illeciti. Nessun altro contatto è consentito tra l’utente, sebbene pagante, e l’ufficio tecnico. Solo sfogo è il call-center: schiere di giovani, sicuramente precari, gettati in prima linea per depistare il cliente con informazioni fantascientifiche e contraddittorie. I ragazzi che scavalcano (con l’arco di tutti i dialetti dello stivale ficcati nella strettoia di una robotica inflessione commerciale) il frastuono di fondo del numero verde 800199900 vengono provvisoriamente malpagati dall’azienda per offrire gli irrorati petti alla causa aziendale e assumersi il ruolo di capro espiatorio. Una piccola serie di Monsieur Malaussène fa da ammortizzatore tra la legittima rabbia dell’utente disconnesso senza colpa e l’illegittimo strapotere dell’azienda che sottrae la tensione dai cavi privati: senza preavviso, senza intercorsi solleciti – senza ragione.

Già estenuati da una intera giornata di conversazioni incongruenti e ormai detestando la splendida Imagine di John Lennon, malauguratamente eletta da ACEA a intrattenimento tra una voce registrata e l’altra – dunque avendo subìto un ulteriore danno affettivo ed estetico – durante il secondo giorno di buio ci rechiamo nello spazio fisico ACEA di via Ostiense 2 e a prima vista ci rendiamo conto di quanto l’altrimenti glorioso civis romanus sia ormai docile e del tutto privo della coscienza dei propri diritti civili. Non c’è sommossa, non c’è insubordinazione. Molti sono seduti con gli occhi al vuoto. Altri, col corpo posto inerte sulla magra panchetta, sono impegnati in acrobatici videogiochi. Il silenzio è frenetico e perturbante.

Dopo un’ora di fila ci avviamo pieni di speranza all’incontro con uno sguardo umano: allo sportello una nostra sovrabbondante coetanea, tatuata e con una rosa di stoffa sulla testa – ma ahimé priva di un Lancaster-Mangiacavallo al fianco – sostiene di non avere alcun altro potere che inoltrare l’ennesimo sollecito ai fantasmi dell’ufficio tecnico e ci fornisce un numero presunto di Pronto Intervento che, dopo venti minuti di preregistrato, scopriamo occuparsi esclusivamente di guasti. Siamo anche noi al solito dolente bivio psicopolitico: dinamitardi o rassegnati? Poiché siamo non violenti per costituzione spirituale, ci forziamo a cogliere il buono nell’essere costretti a non lavorare per due giorni, nel cenare a lume di candela, ci rassegniamo a prendere contatti con l’amico avvocato (ovviamente quando l’utenza verrà riallacciata e dunque potremo radiosamente rientrare in possesso del nostro numero telefonico).

Non possiamo che confermare la dolorosa considerazione agostana, quando ci trovammo con una bambina di quattro anni dietro un’affranta riga di un centinaio di persone alle Poste, mentre Poste Italiane declinava ogni responsabilità del disagio, affermando di avere affidato le consegne delle raccomandate a una ditta privata, i cui incaricati non citofonano nemmeno più ai destinatari e la cui direzione non produce il pensiero elementare di fornire agli utenti numeri d’ordine o sedie. Tutta la fila ebbe a ribellarsi quando chiedemmo se per favore, vista l’impossibilità di mantenere la piccola ferma in fila, potevamo passare avanti. Allora, letteralmente su due piedi, inventammo una legge, che ci parve all’improvviso del tutto morale: sostenemmo che le persone con bambini minori di 5 anni avessero il diritto di precedenza e ci presentammo allo sportello, frecciati come patetici sansebastiani dagli insulti pieni di pena dei “poveri contro poveri”, che sempre ci feriscono fino alle lacrime.

Il sole etico del nostro mondo riprese a splendere con timido vigore quando, accanto agli sportelli del San Gallicano, pochi giorni più tardi, trovammo scritto che i bambini addirittura fino a 6 anni godono del diritto di precedenza. Allora la giustizia, la compassione, questo essere uomini con uomini, non sono stati schiacciati dal calcagno mortale dell’individualismo! Forse allora non siamo inerti prede di un astratto “libero mercato”. Forse, non siamo perduti.

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3 Risposte a Lune elettriche

  1. bibliomatilda ha detto:

    Forse! Però dicono che l’Italia non è come la Grecia…una giornalista del Corriere della Sera, ieri, da Gad Lerner, ha detto che l’unico sbaglio della comunità europea è stato quello di farcela entrare, la Grecia, nella comunità! Io ricordo ancora quando nella nostra piccola città andavo a pagare la bolletta dell’Enel nei loro uffici, pagavo quella della Telecom. In ognuno di essi potevo trovare i vari sportelli con l’impiegato che ti dava a seconda della disponibilità e del tempo a disposizione le informazioni richieste…per carità, mica era tutto perfetto…ma almeno, te ne andavi con la sensazione di esserti trovato essere umano di fronte ad esser umano, lavoratore più o men efficiente ma con tanto di nome, cognome e occhi…poi piano piano questi enti di “servizi”, prima lo erano, si sono nascosti, si sono de-corporeizzati, sono diventati sempre più effimeri, “quotati in borsa” è diventato sinonimo di potenza enorme ma assolutamente intangibile. Ci si deve prendere quello che sono disposti a dare e abituarsi a passare su macerie umane per arrivare ad averci la tua bella linea telefonica o il tuo contattore d’energia che una volta installato diventa entità misteriosa anch’esso.
    Forse non siamo perduti.
    Forse lo siamo.

  2. alessandra ha detto:

    Molto bello questo pezzo. Mi ha ricordato- se posso- certi pezzi di Manganelli.

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