Giulio Ciavoliello

Recentemente giornali, siti web, politici di vari schieramenti si sono occupati della nomina di Giovanna Melandri a presidente del Maxxi. Una scelta a sorpresa, avvenuta in modo non ortodosso, non unica nel nostro paese, nella risonanza mediatica è diventata negativa quasi quanto lo shopping di Renata Polverini, fatto percorrendo contromano via del Corso a Roma avvalendosi di auto e scorta di servizio, nello stesso periodo dello scandalo Fiorito alla regione Lazio.

Alla presidenza del Maxxi si è passati da Pio Baldi, tecnico senza competenze specifiche di arte contemporanea, a un ex ministro della cultura determinante per la sua nascita. Il ruolo di presidente non va confuso con quelli di direttore, di conservatore, di curatore. A Melandri non dovrebbe mancare la passione per essere un presidente non ornamentale, capace di muovere e attirare risorse, oltre a interagire bene con addetti ai lavori. È bene aspettare la prova dei fatti, anche perché, come succede sempre più spesso, una grande attenzione su ciò che accade al momento ci distrae da questioni di fondo. E a Roma in fatto di musei d'arte contemporanea il nocciolo della questione è un altro, più profondo, annoso e che condiziona sempre di più il presente e il futuro dell'arte intesa come bene pubblico, quella di oggi non meno di quella del passato.

Il Maxxi fu voluto per creare a Roma un museo attrazione. In una città storicamente attraente si voleva portare attenzione anche sul presente. Il modello è Parigi, che ha affiancato a Notre-Dame e alla Tour Eiffel un contenitore d'arte contemporanea come il Centre Pompidou. Lì l'operazione è riuscita alla grande, a Roma di meno. Fra la concezione dell'uno e dell'altro passano decenni e non è detto che una cosa che ha funzionato in un contesto funzioni altrettanto in un altro. Il Maxxi adesso c'è e va difeso, ma molte questioni rimangono irrisolte: è una fondazione autonoma che si avvale fortemente di risorse pubbliche statali. Di fatto sono in concorrenza Maxxi e Galleria Nazionale d'Arte Moderna, che a sua volta non andrebbe trascurata.

È noto che un ministero finanziariamente povero, con un patrimonio storico immenso e costoso, destina quel che può a Cenerentola, l'arte contemporanea. Da una parte vi è un'architettura più spettacolare che funzionale firmata da un'archistar, da un'altra vi è un patrimonio pubblico importante dentro un'architettura non attrattiva, secondo un'impostazione datata ma non scaduta. Come cittadini ci auguriamo di trovare al Maxxi buone proposte riguardanti l'attualità e alla GNAM vogliamo continuare a poter beneficiare della memoria del contemporaneo.

Naturalmente dove vi sono delle collezioni permanenti non si può subire il ricatto dei numeri, non si può soggiacere al mostrismo, cioè all'obbligo di produrre per forza mostre temporanee perché altrimenti i visitatori sono pochi. La custodia e la tutela di un patrimonio pubblico, così come la ricerca e la formazione, quasi mai si sostengono da sole, hanno bisogno di investimenti perché sono indirettamente remunerative, a media e a lunga scadenza. Fra l'altro, per quanto riguarda, l'arte pubblica contemporanea a Roma, siamo sicuri che si sia percorsa fino in fondo la possibilità di accedere a fondi europei per la cultura? L'Italia in proposito è ai primi posti nella classifica dei paesi che li lasciano inutilizzati.

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2 Risposte a Distrazioni romane

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