Francesco Antonioni

Al Teatro Olimpico di Roma, per la stagione dell'Accademia Filarmonica Romana si teneva a battesimo lunedì 12 novembre una composizione di Ivan Vandor, per celebrarne l'ottantesimo compleanno. Vandor, compositore di origine ungherese, vive in Italia dal 1938. Al conservatorio di Santa Cecilia ha formato generazioni di talenti (l'ultimo dei quali, Paolo Marchettini, ha appena vinto il premio PlayIt! assegnato dall'Orchestra della Toscana durante l'omonimo festival, e ha seguito le orme del maestro andando via dall'Italia e trovando posto come insegnante alla Manhattan School di New York).

La sua composizione aveva come titolo Klavierquartett, niente di più oggettivo, come chiamarla: composizione. Eppure il titolo non fa riferimento solo alla formazione del quartetto (violino, viola, violoncello e pianoforte), in gran voga fino ai primi del Novecento, ma anche a quel modo di far musica insieme, in spazi raccolti, in cui l'ascolto può essere più concentrato, e dunque l'ordito musicale libero di svilupparsi tutta la sua complessità. L'inizio lasciava dunque prevedere una musica severa, costruita con sapienza, ma refrattaria a slanci sentimentali: un cantus firmus affidato al pianoforte nei registri estremi, e lacerti melodici, talvolta di una nota sola, destinati agli strumenti ad arco; eppure pian piano la composizione virava verso un'espressività affettuosa, con sorpresa il grigio iniziale si riempiva gradualmente di molti colori, rimanendo infine solo sullo sfondo, come un monito, come a dire che si può avere sentimento solo dietro rigido controllo della ragione costruttiva e disciplinante, senza deroghe.

Una malinconia della stessa specie delle ultime opere di Bartók, in cui la distanza geografica e culturale da ogni conciliazione possibile è marcata in modo irrevocabile. Pur con le debite differenze stilistiche, di Béla Bartók, Vandor condivide il paese d'origine, e in qualche misura anche il percorso artistico: il suo cognome è la versione ungherese del tedesco Wanderer, il viandante romantico, l'eterno viaggiatore; le sue peregrinazioni artistiche lo hanno indotto alla ricerca dei patrimonio popolare, delle etnie lontane e vicine, disperse nelle musiche del mondo, passando da esperienze legate all'improvvisazione, con il suo strumento, il saxofono, nei gruppi dell'avanguardia romana, come il Gruppo di improvvisazione di Nuova Consonanza, o il MEV Musica Elettronica Viva. Archiviati i fermenti di rivolta di quella stagione, la musica di Ivan Vandor oggi è una musica severa e toccante, proprio perché concede poco all'effimero, di un uomo che ricorda bene il trauma del canto usato come propaganda e ne fugge inorridito, che colora il suo mondo come i fiori cresciuti col tempo sui cavalli di Frisia abbandonati, e che ha trovato mediante l'ironia il modo di rapportarsi al presente con partecipazione commossa ed elegante distacco.

Completavano il quadro due antecedenti celebri, il Quartetto op. 16 di Beethoven e il Quartetto in sol minore op. 25 di Johannes Brahms, la cui interpretazione, da parte del Quartetto Klimt, mostra quanto sia distinto e facilmente individuabile il suono italiano: quel misto di precisione tecnica e passione esecutiva che rende cantabile ogni figura, sia essa una melodia spiegata, un arpeggio o un disegno ritmico ripetuto; facile da cogliere, ma molto difficile da realizzare: la naturalezza della loro esecuzione è frutto dell'entusiasmo, fortunatamente ancora giovanile, sebbene forgiato in tanti anni di intenso lavoro, dedizione e conoscenza reciproca.

Share →

Una Risposta a Ivan Vandor

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!

Archivi