Walter Paradiso

A volte succede che territori differenti per natura, per persone che vi si muovono e che guardano ad esso, s’incontrino, mostrino una certa curiosità, stabiliscano dei punti di presa. Della serie di appuntamenti, proiezioni e discussioni a cura di Valentina Valentini e Maia Giacobbe Borelli ( 6 e7 novembre), promosso dal Centro Teatro Ateneo, Sapienza, Università di Roma, presso l’Istituto Cervantes e la Real Accademia di Spagna di Roma sul programma televisivo di José Ramón Pérez Ornia El Arte del Video, realizzato per la televisione spagnola sul finire degli anni ottanta, più di tutto forse emerge proprio questo aspetto.

Stratificazioni, ribaltamenti, racconti e studi sull’immagine. Attraverso quattordici puntate il programma ricostruisce un’esperienza artistica in maniera accurata lasciando al tempo stesso anche una certa sospensione. I paesaggi del video sono percorsi dalle tracce lasciate dai tanti ospiti-artisti, attraverso un enorme lavoro di post produzione. Possiamo dire che il ciclo di queste “puntate-incontro” abbiano costituito un’esperienza unica nella storia della televisione” intelligente”. Numerose le questioni affrontate: la nascita dell’arte video, il suo rapporto con le avanguardie e la pittura, il legame con il teatro, la danza, le interferenze con la performance, con la sperimentazione musicale, e i legami forti con la musica elettronica, la distanza ma anche i punti di contatto con il cinema.

Un ragionare attraverso la sua storia in un periodo in cui non molti cominciavano a farlo: essenzialmente un programma che mette a fuoco l’arte video come incrocio con gli altri linguaggi, come serie di ritratti degli artisti più significativi, ciascuno con un’opera realizzata appositamente: Nam June Paik, Wolf Vostell, Woody e Steina Vasulka, Gary Hill, Bill Viola, Jean Paul Fargier, Zbig Rybzcynski, Jean-Luc Godard, Robert Wilson, Marina Abramovic, Stefaan Decostere, Marcel Odenbach, Rebecca Allen, Antoni Muntadas.

Non c’è solo la volontà di capire l’arte video, ma soprattutto quella di abitarne le immagini. Il dialogo tra televisione e arte video si compie all’interno del linguaggio stesso, articolando il discorso mediante le procedure compositive proprie di questa. Ogni puntata è rivolta a un tema specifico, ma tutto passa attraverso la molteplicità dei piani, la suddivisione dei quadri visivi, il trattamento del tempo, incrostando con le procedure elettroniche che più le sono proprie anche nelle vivaci interviste agli artisti e studiosi. La tecnologia, gli strumenti utilizzati dagli artisti non vengono mai citati in maniera diretta, ma coinvolti invece direttamente nella costruzione del programma stesso. La televisione entra in un orizzonte straniero e tenta di afferrarne la lingua, senza cadere nella trappola del decorativo consentita dalle strumentazioni elettroniche, che comunque all’epoca costituivano un elemento nuovo e di facile impatto per lo spettatore.

Rivedendole oggi, e a più di venti anni di distanza, questa scelta compositiva arriva in tutto il suo coraggio e intelligenza. Viene da chiederci che effetto faccia a uno spettatore che non conosce la storia del video, guardare queste opere, ascoltarne i protagonisti, le questioni sollevate. La sensazione non è quella di una parentesi che si è andata chiudendosi definitivamente da lì a poco, neanche quella di un repertorio di strategie compositive dal quale attingere. L’insieme di queste opere rappresentano un modo di pensare, riflettere, lavorare con immagini che ancora conservano un’efficacia, un legame con l’oggi, dei gradienti di novità. Nonostante i mezzi a disposizione oggi ci consentano, e spesso ci conducono forzatamente verso utilizzi esclusivi, di effettuare e di assistere a notevoli elaborazioni di immagini e suoni, resta il pensiero degli autori, che con il fare sono riusciti a piegare uno strumento già all’epoca pensato e messo in commercio per ben altri fini, e quello degli studiosi, che intercettano le strade della ricerca.

Riappropriamoci di queste esperienze! Rivedere i paesaggi dell’arte video è sicuramente uno dei modi più seri ma anche più vivaci per cogliere criticamente ciò che tende oggi ad esserci imposto come novità, e per affrancarci dalle protesi tecnologiche di cui tutti siamo coinvolti, che ne vogliamo o meno. L’interrogativo “che fine ha fatto l’arte video?”, sul quale si è focalizzato il dibattito a conclusione del ciclo di proiezioni, potrebbe produrre non tanto una risposta rassicurante, quanto stimolare a conoscere quelle pratiche che hanno trasformato il modo di comporre con le immagini in movimento e i suoni, e insieme la nostra percezione e sensibilità di spettatori, assolvendo a una funzione di riconfigurazione estetica dell’immaginario di ieri, e di una possibile guida per quello di oggi.

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Una Risposta a L’arte del video

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