Edoardo Becattini

In un film studiato più nei corsi di semiotica che in quelli di cinema (Adaptation – Il ladro di orchidee di Spike Jonze, 2002), il protagonista, uno sceneggiatore afflitto dal blocco dello scrittore, si confronta col desiderio di scrivere “un film che esista, non uno guidato da una trama artificiosa”. “Far esistere un film” è un problema di creazione e, per personaggi come il Charlie Kaufman protagonista di questo film, l’atto creativo arriva a coincidere necessariamente con un momento di introspezione, quando non di auto-analisi. Non è un’ossessione che riguarda solamente quel tipo di film-grimaldello che aprono ai mondi interiori dell’Autore (la linea 8 ½ o Effetto notte). Altrettanto spesso la crisi dell’autore/scrittore è la porta d’ingresso verso un dedalo di storie e memorie che si accumulano fino ad assumere la forma di un incubo o di un delirio (la linea Stephen King e relativi film tratti da romanzi o racconti). Di questo rapporto fra invenzione, scrittura e ossessioni ci hanno parlato diversi film presentati all’ultimo Festival del Film di Roma. I due film che speculano maggiormente sull’introspezione dello scrittore come materia narrativa sono Suspension of Disbelief di Mike Figgis, presentato nella sezione CinemaXXI, e Ixjana, uno dei film della competizione ufficiale, firmato da Jozef e Michal Skolimowski.

Suspension of Disbelief pone al centro uno scrittore sospettato della morte di una giovane donna che lo ha sedotto durante la festa di compleanno per i venticinque anni della figlia. La morte della ragazza diviene il pretesto per un duplice sdoppiamento: quello che fa comparire in scena la sorella gemella della defunta, identica in ogni tratto, e quello che richiama alla mente del protagonista la misteriosa scomparsa della moglie avvenuta anni prima. Non si tratta tuttavia delle uniche sovrapposizioni. Figgis cita l’idea della partecipazione mistica di Jung per giustificare la naturale confusione fra realtà e fantasia che coinvolge chi crea o fruisce di un’opera o un racconto, quando la parte del cervello che controlla le emozioni non distingue temporaneamente fra verità e fantasia. L’aspetto più strano del film è che a queste esplicitazioni corrispondono continui segni di interpunzione che inibiscono quella stessa sospensione dell’incredulità che dà titolo al film. A ogni occasione, il regista ci ricorda che stiamo assistendo a una messa in scena, sfruttando le sue ben note abilità con lo split screen per porre in parallelo lo sguardo dentro e dietro la macchina da presa. Oppure occlude l’immagine con definizioni da vocabolario o slogan letterari (“Il personaggio è la storia”, rubata a Fitzgerald) per far riemergere lo spettatore dall’immersione narrativa e ricondurlo verso i dettami teorici. Il suo metodico operare con le forme dell’estraniamento somiglia quindi a un coito interrotto per lo spettatore: da una parte moltiplica e accentua i misteri dell’intreccio con dilemmi e falsi flashback, dall’altra sconfessa la possibilità di risoluzione dell’intreccio mostrando l’impossibilità di sovrapporre completamente il piano della realtà con quello della fantasia.

Un’idea diametralmente opposta rispetto a quanto sembra proporre Ixjana. Il film diretto dai due figli di Jerzy Skolimowski racconta l’intricato processo di ricostruzione della serata in cui uno scrittore ha abusato di alcol e stupefacenti alla festa dell’editore che acconsentirà a pubblicare il suo primo romanzo: “Mio fratello, il mio assassino”. Titolo significativo per un film girato da una coppia di fratelli che mette in scena i fantasmi di un personaggio che a poco a poco si convince di aver ucciso il suo migliore amico, colpevole di avergli rubato la ragazza che amava. Anche qui i piani della storia tendono continuamente a sovrapporsi, solo che, rispetto al film di Figgis, l’intreccio appare alla fine talmente contorto e oscuro da non ammettere alcuna logica ricomposizione degli eventi e delle identità. Un continuo slittamento nella configurazione della percezione del protagonista fa sì che in Ixjana a ogni personaggio corrispondano almeno due o tre incarnazioni. A questo sconfinamento si aggiunge un’ulteriore stratificazione di cliché letterari e iconografici: streghe, balli in maschera, demoni più o meno camuffati che la fotografia di Adam Sikora coglie all’interno di una saturazione cromatica che ricorda l’uso espressionistico del colore di certi registi horror italiani come Dario Argento e Mario Bava. In un certo senso, è come se i fratelli Skolimowski portassero avanti con l’horror quello che Skolimowski padre e Roman Polanski hanno cercato di fare agli esordi attraverso il noir e il thriller: calare i propri personaggi all’interno dei tòpoi e delle ossessioni di un genere, senza lasciargli redenzione possibile.

Il Marek protagonista di Ixjana porta dentro di sé tanto i tormenti e il senso di colpa della tradizione letteraria europea (il Faust di Goethe e Il Maestro e Margherita di Bulgakov sono i principali riferimenti), quanto le deliranti ossessioni dei personaggi delle storie di Stephen King. La scrittura come processo connaturato al cinema non si limita in questo caso al lavoro sulla sceneggiatura, ma si interessa all’invenzione letteraria come mondo, universo contorto e labirintico capace di suscitare un tipo di fascinazione e di inquietudine che sfugge a ogni logica e a ogni teorica. A questo proposito, molti hanno citato il cinema di David Lynch come riferimento per entrambi i film, ma tanto Suspension of Disbelief si mantiene su un livello apertamente teorico e limpido dell’immaginario, quanto Ixjana pare un’ubriacatura di suggestioni immaginarie, senza la raffinatezza estetica e la rarefazione onirica dei film del regista americano.

In Misery, Stephen King lasciava dire al suo protagonista-scrittore: “Denuda uno scrittore, indicagli tutte le sue cicatrici e saprà raccontarti la storia di ciascuna di esse”. Dal graffio allo sfregio, il vero scrittore è quindi quello che fa dei propri solchi una fonte inesauribile di (oscure) creazioni. I film che parlano di scrittori finiscono spesso con il configurare tutti i tormenti e le angosce di questo denudamento, sia compiacendosi di interrogare se stesso che di evocare nuovi e vecchi fantasmi.

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2 Risposte a Film che parlano di scrittori

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